La famiglia - non solo quella in cui si nasce ma anche quella a cui si dà vita - è la comunità in cui l’amore reciproco fa da collante nel dare e nel ricevere, è la base da cui si parte e l’approdo a cui si torna. È questa la famiglia da cui ho ricevuto amore e a cui ho dato amore, quella in cui ho trovato conforto alle mie lacrime e quella da cui ho ricevuto stimolo e impulso ai miei sogni.
Nacqui ad Amorosi, un paesino in provincia di Benevento, negli anni turbolenti della Seconda guerra mondiale, anni segnati dalla penuria di viveri, dai rastrellamenti, dalle raffiche della contraerea, dalla paura, dalle fughe, dal respiro in apnea e poi… poi dal nostro ritorno in paese al grido liberatorio della vittoria… È finita… è finita!!!... Momenti di lacrime di gioia e di entusiasmo collettivo gridato e condiviso per le vie di Amorosi. Di quel periodo parlo nel racconto C’era la guerra.
Solo molti anni dopo venni a sapere del ruolo fondamentale che mio padre, militare della Guardia di Finanza al servizio del governo provvisorio, aveva avuto nella perlustrazione e nella ricognizione delle forze armate americane di quella parte del territorio in cui ci trovavamo, detta fascia di fuoco, segnata dall’incrocio dei due fuochi nemici, quello tedesco a nord e a sud, dove ci trovavamo, quello degli americani di cui eravamo alleati.
Di mio padre ricordo la severità, la dirittura morale e la carità. Ricordo ancora con profonda commozione quelle volte in cui, soprattutto di domenica, portava a pranzo da noi un mendicante, quello che incontrava rientrando a casa, e a fine pranzo lo accompagnava all’uscita stringendogli nelle mani un fagotto.
Di mia madre ricordo l’amore, la severità, la bellezza, il canto soave e la determinazione. A lei ho dedicato, tra l’altro, la poesia A mamma mia.
L’ esperienza della guerra, vissuta così intensamente agli albori della mia vita, contribuì non poco a modellare il mio carattere di combattente e fiduciosa sognatrice, mai scoraggiata né mai arresa difronte alle difficoltà. Per me, primogenita di cinque figli, mio padre aveva deciso un futuro da casalinga ma il caso e la mia perseveranza mi dirottarono verso una destinazione non solo più consona ai miei sogni ma addirittura anche oltre ogni mia aspettativa. Ne parlo in vari scritti, tra cui Il mio primo giorno di scuola, racconto base della mia attività di scrittrice,
Raccontiamoci, mamma, romanzo sperimentale a due voci, Amica radio e in tanti altri scritti autobiografici nei quali parlo anche del mio primo, unico, grande amore, Luigi.
Per noi due fu Galeotto l’amore reciproco per la musica operistica di cui lui, Luigi, tenendomi con un braccio stretta a sé, mi canticchiava alcune romanze in treno, nello scompartimento enorme di terza classe, lontani dalla baraonda degli studenti universitari fuori sede… Erano arie d’amore della Tosca, della Traviata, del Rigoletto, dell’Elisir d’amore. Amore che ci ha accompagnati per tutta la vita e, anche se oggi lui
non c’è più, quell’amore mi accompagna ancora, persa ad occhi chiusi nell’ascolto delle nostre romanze. A lui ho dedicato la poesia Se tu venissi, breve ma sofferta.
Ci mantenevamo agli studi dando lezioni private, lui per non pesare più di tanto sulla nonna che lo aveva cresciuto ed io perché mio padre, messo in pensione molto giovane dalla legge vigente, dovette attendere due anni per ricevere regolarmente un misero assegno mensile.
La nostra vita matrimoniale, allietata dalla nascita di cinque figli e nove nipoti, ha vissuto un momento di stallo e di lacerazione per la sua scomparsa prematura, lacerazione mai ricomposta nonostante lo scorrere del tempo e la vicinanza dei figli, a ciascuno dei quali ho dedicato una silloge personale di prose e poesie.