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Racconti

Caramelle di zucchero

Ovvero il mistero di un amore

La casa era vuota senza di lui. Le giornate trascorrevano lente e faticose, soprattutto in quei giorni. Quella sarebbe stata la prima Pasqua senza di lui. Si aggirava in tondo e non aveva né il cuore né la voglia di pensare ad altro se non a lui che era al fronte.  Le campane, il mezzogiorno della domenica Santa, si sarebbero sciolte per annunciare il Cristo risorto e lei non avrebbe potuto stringerlo a sé nella gioia della redenzione, né abbracciarlo come tutti gli anni, come quando era bambino. Allora, mentre le campane intonavano libere il loro canto, gli dava finalmente le caramelle di zucchero tenute nascoste durante tutta la quaresima. Gliele faceva lei, sciogliendo lo zucchero in una padellina e lasciandolo raffreddare sulla piastra di marmo del comodino.  A volte sapevano un po’ di bruciato ma a lui piacevano tanto che neppure se ne accorgeva. Era, quella, una leccornia che, insieme allo squillo delle campane, anche se attesa e sempre puntuale, aveva, ogni volta, il sapore inebriante della sorpresa. E poi... Riversarsi per strada, unirsi ai compagni negli auguri e darne anche a loro aggiungeva   alle sue sgranocchiate il gusto gioioso della condivisione. Era veramente buono il suo ragazzo!  Quella sarebbe stata la prima Pasqua senza di lui ma lei non se l’era sentita di interrompere il rituale delle caramelle che dal passato li proiettava, loro due insieme, nel futuro. La sequenza ritmica e costante di quel suo ripetersi, simile ai battiti del cuore, aveva scandito e avrebbe scandito per lungo tempo ancora la loro vita. Gliele avrebbe conservate per quando sarebbe ritornato dal fronte. Quella sera si levò un vento furioso come mai ne aveva sentiti. Sprangò la porta e, mentre smuoveva le coperte sentì dei tocchi come se qualcuno bussasse alla porta. Si fermò. Rieccoli. Non si era sbagliata.  Ma chi poteva essere a quell’ora? Non certo un malintenzionato. Lei era conosciuta in paese e tutti sapevano che erano ricchi solo di sacrifici e rinunce. Chiese più volte chi fosse ma le raffiche di vento coprivano e disperdevano le loro voci. Si diede coraggio. Fece scorrere il paletto, socchiuse cautamente la porta e, o dio!, per poco non veniva meno ... Nel buio della notte lui era lì. Lacrime di gioia e baci, parole d’amore e abbracci. Richiuse la porta alle sue spalle e si diede da fare per rifocillarlo. Alzò la fiamma del lume, riattizzò il fuoco nel camino, lo invitò a togliersi il pastrano ma lui, premendo la mano sul petto, le disse che preferiva tenerlo. Lei piangeva di gioia, lui taceva.  Lo   guardò. Era pallido ma sereno.Si diresse alla madia, prese un involtino di carta e glielo porse. Lui capì e sorrise.- Non ora, mamma, a Pasqua... -- A Pasqua… ma una, una sola la puoi prendere... – Ne prese una a caso, una  dal bordo smozzicato, gliela porse e lui la strinse nel palmo della mano. Suo figlio era tornato, stanco ma vivo. Ringraziando Dio, sano e salvo.Sfiorò con una carezza l’involtino delle caramelle e lo ripose accuratamente nell’ampia tasca della lunga gonna.Quella notte si alzò a rimboccargli le coperte come quando era bambino. Era felice. Quella sarebbe stata la Pasqua più bella della sua vita. Ripetuti tocchi la svegliarono alle prime luci dell’alba. Andò ad aprire. Due agenti in divisa le comunicarono…  No… non poteva essere!… Suo figlio era stato ferito gravemente… nel delirio chiedeva di lei. E loro… loro erano venuti a prenderla… No!… Suo figlio era dentro che dormiva… Corse verso il letto. Era in ordine. Non c’era alcuna traccia di lui ma nel camino la brace era ancora accesa. Quei due in divisa, nella camionetta in moto, le davano fretta.C’era molta strada da fare e lei doveva affrettarsi se voleva rivederlo vivo. Scombussolata e persa, si mosse come un automa. Raccolse poche cose e li raggiunse frastornata. Durante le lunghe e molte ore di viaggio pregava Dio che non fosse vero. Doveva esserci un errore. Se ne sarebbero accorti, l’avrebbero riportata a casa e lei lo avrebbe trovato sulla soglia ad aspettarla. Arrivarono l’indomani all’ospedale da campo. Tra ingombri e barelle giunse presso quel letto. Il giovane, con il dorso bendato, il volto pallido e il mento coperto da una rada peluria era proprio lui, suo figlio. Come poteva essere?... Non le importava saperlo. Adesso era con lui, accanto a lui, a lui che era tutta la sua vita. Trascorse il giorno e poi tutta la notte e le altre che seguirono chiamandolo e parlandogli della sua terra, degli amici, della casa che lo attendeva, della Pasqua che stava per arrivare, del sole, del cielo, del campo che aspettava lui per essere dissodato. Ma lui, come sepolto in un sonno profondo, pareva non ascoltarla. Quando era sicura che nessuno la sentisse, gli cantava sottovoce le canzoni della sua terra, quelle che si intonavano in campagna di giorno durante le fatiche e di sera durante il riposo sullo spiazzo della lamia e dei trulli. Alcune erano tristi, altre gioiose, altre un po’ licenziose, di quelle che si ascoltavano con ammiccamenti e sorrisi e che lo divertivano tanto.Gli infermieri accudivano lui e colmavano di tenerezza lei, poi andavano via dicendole di farsi coraggio come a significarle che non c’era proprio nulla da sperare.La notte della vigilia non riuscì a prendere sonno. Mano nella mano, accanto a lui, vide sorgere il sole. Presa da una serenità insperata chiuse gli occhi quando fu scossa da una percezione improvvisa. Le dita di lui si erano mosse nel palmo della sua mano. Rimase in attesa. Di nuovo. Le dita si mossero. No, non si era sbagliata. Aprì gli occhi e incontrò quelli di lui che tentava di chiamarla.Le sorrise. Gli sorrise tra le lacrime. Tutto l’ospedale fu pervaso da una gioia indescrivibile, una gioia che toccò il culmine a mezzogiorno quando si sciolsero le campane ad annunciare il trionfo della vita sulla morte e tutti si abbracciarono e si baciarono. Lei affondò le mani nell’ampia tasca della lunga gonna,tirò fuori un involtino di carta accuratamente custodito, lui, aprendo il palmo della mano, le porse una caramella di zucchero dal bordo smozzicato.