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Racconti

Gente di Puglia

Era un vecchietto di statura media, smilzo, vestito col decoro d’altri tempi: un cappotto di panno pesante, pantaloni e giacca nera, una camicia a quadretti fermata al collo da una cravatta che doveva avere la tonalità di tutto l’insieme dal momento che ne ricordo la presenza ma non il colore. Il viso era asciutto. La pelle, stirata e lucida, sulle gote si tingeva di un rosso casereccio e sincero. Aveva novant’anni e gli occhietti, vispi e maliziosi, che brillavano nell’incavo delle orbite, testimoniavano da soli una lucidità di mente e una padronanza di sé insolita in uomini di quella età. Mi venne incontro con quel sussiego che solo la buona educazione di una volta sapeva tributare alle donne. Camminava lento, guidato dalla mano amorevole di un congiunto, pronto a tendermi la mano con un sorriso appena abbozzato.

Gli sorrisi e gli tesi la mano.

Una corrente di simpatia corse tra noi due: ci divideva mezzo secolo, ma era come se io fossi la sua naturale continuazione.

Gli volli subito quel bene che avevo voluto a mio padre e che spesso mi capita di volere a questo o a quell’anziano in cui mi pare di ravvisare un qualcosa del mio genitore. Lui, di mio padre, aveva l’aria contegnosa, i modi controllati, il comportamento rispettoso; lui, di mio padre, aveva quella dignità d’altri tempi che, sola, infonde un senso di serenità e di pace in chi le è dinanzi.

Sedemmo l’uno accanto all’altra.

Non mi sembrava particolarmente impacciato, anzi. Quella sicurezza dignitosa non lo abbandonò per tutto il tempo del nostro incontro. Solo quando alla fine gli dissi, rispondendo alla sua richiesta, che mio marito era medico, si coprì di un tale riserbo che mi mise in imbarazzo.

Il nostro incontro era avvenuto grazie all’interessamento di una famiglia amica che, in questa disponibilità, aveva rivelato la sensibilità, l’umanità e l’apertura sociale di cui era ricca. Non sono molti, al giorno d’oggi, coloro che, nel ritmo serrato della vita quotidiana, riescono a trovare spazio per favorire la richiesta un po’ inconsueta e stramba quale era stata la mia: organizzarmi l’incontro con un anziano per una intervista sui tempi andati. Mi avevano già parlato di lui. Viveva da solo in una campagna lontana dal paese, nella casa in cui sua moglie aveva messo al mondo una prole numerosa ormai sparsa per il mondo. Non aveva mai ceduto alle continue e pressanti richieste dei figli di andare a vivere con loro e, quando uno di loro gli portò in dono un televisore, lo rifiutò seccamente scoraggiando ogni tentativo di insistenza.

Di tutti i mass-media gradiva solo il giornale.

Avviai il registratore e cominciai a scavare nel suo passato.

Mi disse che si chiamava Rocco e che era nato nel 1893.

Avevo dinanzi a me la testimonianza viva di un’epoca che affondava le sue radici nell’ultimo decennio del secolo scorso!

Cominciò a delinearmi un quadro, breve ma incisivo, della sua famiglia di origine. Con poche battute tratteggiò la figura del padre severo, dinanzi a cui si chiudeva in rispettoso silenzio l’intera figliolanza. Bastava l’accenno al suo nome, fatto dalla madre nei momenti di disperazione, per riportare l’ordine e l’obbedienza in casa. I suoi vivevano del lavoro dei campi e al lavoro dei campi avviarono tutti i figli.

Anche lui, Rocco, a sei anni, come i fratelli, venne portato dalla madre a raccogliere le olive per conto di altri. Vigilava su tutti il fattore che, girando di albero in albero, controllava il lavoro delle raccoglitrici e dei loro figli.

La madre, per nascondere a quegli occhi vigili e sospettosi il secchio mezzo vuoto del figlio, e per alleviare la fatica del piccolino, ogni tanto, furtivamente, vi gettava qualche manciata delle sue. Così, chini sotto l’albero, avvolti dal gelo, madre e figlio, legati da quella mutua complicità e dalle necessità della miseria, vivevano il rapporto d’amore più intimo e più bello.

Ai primi anni del ’900 Rocco si iscrisse alle elementari, ma, fino a marzo, non poteva frequentare che saltuariamente.

La mattina presto, quando ancora era tutto buio, madre e figlio si avviavano per i campi a raccogliere le olive. Ritornava a scuola quando pioveva. Allora la maestra (di cui Rocco conservava un ricordo sacro e nostalgico come quello del primo amore), benevola complice, gli si metteva a fianco a fargli recuperare amorevolmente il tempo impiegato nel duro lavoro.

Non lo portava mai assente così che, ogni anno, fino alla terza (ed era già tanto per quei tempi!) gli fu possibile essere promosso. Le sorelle vennero avviate al lavoro del telaio perché non stessero senza far niente e si guadagnassero la vita anche quando non c’erano più le olive da raccogliere.

Quello della raccolta dei frutti stagionali era il lavoro dei campi più leggero, riservato alle donne e ai bambini. Nelle giornate gelide in cui lui e la madre si trovavano chini a raccogliere, passava ogni tanto, di albero in albero, portato da altri bambini più fortunati di lui, perché maneggiavano il fuoco, un secchio con della brace, al cui calore grandi e piccoli, a turno, si riscaldavano le mani intirizzite per rendere meno faticosa e più celere la raccolta.

Quando il fuoco arrivava sotto il suo albero, anche lui, Rocco, allungava le manine sporche e screpolate per averne sollievo e, quando glielo portavano via perché bisognava recarlo altrove, le mani, prima di quanto temesse, gli si raffreddavano e il gelo rientrava nelle piccole ossa. Quanto più passavano i giorni tanto più il lavoro diventava pesante, e lui, che agli inizi si era sentito orgoglioso della sua mansione di adulto, cominciava ad avvertirne sempre più il peso.

Gli unici momenti di sollievo erano quelli in cui allungava le manine sulla brace del secchio e quello in cui, seduto sotto un albero d’ulivo, protetto dal freddo di tramontana dal corpo della madre, consumava la sua colazione fatta di pane e fichi secchi.

A volte non portava neppure il pane, perché quel poco che era rimasto a casa serviva per mangiarlo assieme alle fave, la sera, appena tornati tutti dal lavoro.

A novant’anni Rocco parlava con orgoglio di quella miseria, di quelle fatiche che lo avevano reso uomo e gli avevano garantito sanità fisica e morale.

A ventun’ anni fu chiamato militare e, prima che scadessero i due anni di leva, partì in guerra. Combatté nel Veneto contro gli austriaci e fu ferito. Ripartì e fu fatto prigioniero. Stette in vari campi di concentramento dove soffrì più che mai la fame. Rientrò a casa nel 1919, dopo sei anni di assenza. Vi arrivò senza stellette e senza fanfara, ma con un gran desiderio addosso di tornare a lavorare nei campi. 

Rocco continuava a rievocare, intimamente sereno e con velata nostalgia, i fatti della sua vita adulta, ma la mia mente era tornata lì, all’immagine della madre muta e severa che gli passava furtiva una manciata di olive, alla madre che lo proteggeva col suo corpo dal soffio del vento gelido, alla maestra, complice benevola, a quel fuoco che, portato di albero in albero, solo, procurava, fra tanta miseria e disagio, brividi di piacere mai provato.

Quanto ricco di amore e di abnegazione mi parve quel mondo tanto lontano da noi!