La giornata era di un caldo umido e afoso, una di quelle che mio padre soleva chiamare africane, in cui l’aria che respiri ti secca le narici e ti senti bruciare dentro e fuori, con l’umido salato sulla pelle e la molesta sensazione di dover soffocare per mancanza d’aria. Quella mattina non mi andava di uscire, ma le cose da sbrigare erano tante e tali che per telefono non avrei risolto nulla o, addirittura, avrei finito per complicarle. Le vie erano deserte, l’asfalto da lontano mandava bagliori quasi fosse uno specchio d’acqua stagnata e le vetrine dei negozi avevano le tende più abbassate del solito o erano schermate da fogli rinsecchiti di giornale. Camminavo a fatica in quel caldo immobile e pesante e, ad ogni commissione portata a termine, mi sentivo sempre più vicina al refrigerio dell’abbondante e fresca doccia del mio bagno. Mi ero caricata di buste e pacchettini e li portavo controbilanciati da una parte e dall’altra, nelle mani e tra le braccia, attenta a mantenermi all’ombra dei balconi senza mai riceverne un qualche beneficio sperato. Ero sul punto di rinunciare ad ogni tentativo di difesa allorquando ebbi la sensazione piacevole di una lieve folata di freschezza. Mi girai d’istinto verso il lato da cui si sprigionava e mi trovai accanto alla porta aperta di un negozio di articoli fotografici. Mi lasciai risucchiare da quella insperata quanto benefica frescura. Un rotolo per la mia macchina fotografica sarebbe stato, sia pure in maniera inadeguata, la controparte a quel sollievo momentaneo, né, d’altronde, mi potevo permettere di più in quel negozio che notoriamente trattava solo mercanzia d’alto livello e dal costo elevato.
Entrai.
L’interno, dalle pareti finemente adorne, era oltremodo elegante e confortevole. Lampade di cristallo pendevano da soffitto, in un sapiente e ricercato disordine, sul banco anch’esso di cristallo. In un angolo, civettuolo e paffuto, c’era un salottino di cinz e un tavolinetto da cui si slanciavano, su lunghi steli, fiori dalla bellezza e dalle tinte surreali. Prima di me c’erano solo tre persone: un uomo, una donna e una bimba. L’uomo, alto e distinto, dalla carnagione molto chiara e dai capelli finemente bianchi, era in perfetta sintonia con l’ambiente. Si muoveva con sicurezza e distacco, chiedeva e ordinava con l’invidiabile disinvoltura di chi vi è abituato. Una nota disarmonica e stridente, oltre che da me, era data dalla presenza delle altre due figure. La donna e la bimba erano protese sul banco, gomito a gomito, quasi fossero incollate. L’una, smilza e vestita di nero, indossava panni contadini su una pelle cresposa e terrigna. Poteva avere quarant’anni ma anche ottanta. La bimba, invece, anch’essa vestita a lutto, in poveri panni, mostrava ancora evidenti i segni teneri e delicati della fanciullezza. I loro sguardi convergevano su una foto a colori, formato grande, di un uomo dai capelli crespi, dalla carnagione riarsa dal sole, dura, piena di rughe e del colore della terra. La guardavano con aria amareggiata e profondamente insoddisfatte. Ogni tanto la donna mormorava qualcosa di incomprensibile nell’antico dialetto. Una sola parola si ripeteva più delle altre in un mesto intercalare: «Peccate!».
«Peccate» le faceva eco la vocina triste e sottile della bimba. E scuotevano la testa deluse e senza altra speranza. Il loro modo di fare troppo popolano era reso ancora più irrispettoso e irritante dall’aria compassata e dai modi gentili del signore distinto. Con le braccia poggiate sul banco di cristallo, l’una per reggere la foto, l’altra per allungarsi di più verso di essa, le due richiamavano a tratti lo sguardo preoccupato e impaziente del gestore del negozio che, non avendo il coraggio di riprenderle apertamente, approfittando di un attimo di pausa nelle trattative col signore distinto, gettò verso le due un frettoloso e spazientito «Non poteva venir meglio di cosi!» come a voler porre termine al più presto a quella loro molesta e sconveniente contemplazione. Ma quelle niente, non toglievano le braccia dal cristallo e non smettevano di contemplare l’uomo della fotografia a colori. L’anziano e distinto signore se ne stava gentilmente andando e l’uomo al di là del banco passò con sollievo a disfarsi di quelle due. Gli chiesero delle cornici. Mi meravigliai non poco: la foto era anche naturale che l’avessero ordinata lì, il prezzo dello sviluppo varia di poco da un negozio all’altro, ma che comprassero lì una cornice, lì dove c’era tanta ricercatezza da pagare, loro, che con quell’odore di terra in dosso dovevano essere sbarcate da un entroterra dimenticato dagli uomini, non era assolutamente normale. Con quella richiesta tradivano l’atavica diffidenza contadina per tutto ciò che, lontano dal loro mondo, minacciava insidie alla loro innata parsimonia. Il gestore del negozio, scocciato e incredulo a quella richiesta, ma deciso a sbrigarle in quattro e quattr’otto, cominciò a disporne un bel po’ sul banco con disadorna celerità e di tutte scandì molto chiaro e netto il prezzo, veramente esoso. Poi: - Sono prezzi fissi! - marcò gratuitamente, con lo scopo evidente di troncare ogni probabile illusione di sconto.
Io, intanto, avevo dimenticato il caldo e, poggiate le buste e i pacchettini in un angolo nascosto perché non offendessero ulteriormente l’eleganza raffinata di quel luogo, me ne stavo a seguire quelle due rozze figure, ancora più rozze ed irritanti nel loro modo di comportarsi. Dopo aver esaminato attentamente tutte le cornici, la donna cominciò ad attirare a sé quelle più costose e le andava accostando alla foto che teneva in mano per valutare l’effetto dell’accoppiamento. Il signore al di là del banco assunse un’espressione così allibita che mi fece sorridere. Ma quelle avevano capito bene i prezzi? La donna maneggiava ora, come frutto di un’ulteriore scelta, le cornici più care in assoluto e le sottoponeva al parere della bimba che, in questo, non le era di alcun aiuto perché si limitava sistematicamente a ripetere quello già detto dalla donna. Il gestore del negozio cominciava a dare segni più evidenti di impazienza; alla fine, poiché la soluzione della scelta sembrava oltremodo lontana da venire, decise di intervenire con argomentazioni persuasive ad orientare la scelta delle due verso una delle cornici, tra le prescelte, magnificandone i pregi e le qualità al di sopra delle altre. La donna, che fino ad allora aveva agito ignorando la presenza d’altri si sentì improvvisamente insidiata da quell’intervento. Ebbe un moto impercettibile di difesa, allontanò dall’intruso la foto a colori e girò lo sguardo verso di me. Vi lessi lo smarrimento e il bisogno di avermi come alleata sincera e disinteressata contro quell’intrusione tendenziosa. Gli occhi erano cupi e profondi, quasi due solchi scavati in quel viso disarmonico e sofferto. Le sorrisi mio malgrado. Mi feci più presso a lei che, accostando la foto alla cornice, mi andava chiedendo, in un linguaggio pressoché incomprensibile, se il viso dell’uomo, venuto male nella foto, non stesse peggio in quella cornice. Più per compiacerle che per altro le dissi che era vero ma che, comunque, poteva far riscattare una foto migliore, a quello che ritenevo un suo parente. La donna scosse la testa e facendosi forza, come a svelare una realtà che l’anima non vuole, con voce flebile sussurrò: «I’ muert’... I’ maritema!» (E’ morto...E’ mio marito). Improvvisamente mi apparve più triste, più vecchia, più inerme. La bimba sollevò il viso verso di me e, con gli occhi colmi d’orgoglio, fece eco: «Ite attanema!» ( E’ mio padre ).
Allora capii. Capii perché quelle due creature cosi male in arnese, che io non avrei mai sospettato madre e figlia, unite in un tutt’uno come il tronco e il virgulto, avevano scelto il negozio più ricercato e distinto del paese: ciò che quell’uomo non si era, né si sarebbe potuto mai concedere da vivo, glielo concedevano da morto, con il trasporto di chi ama al di là di ogni convenienza e di ogni sacrificio, quelle due povere creature rimaste sole. Anche lui, rimasto marito e padre oltre la morte, uomo dal volto color di terra, dalla pelle dura e rugosa come le zolle, lui che da vivo aveva scavato e piantato, potato e raccolto, che era vissuto e morto nella miseria, sconosciuto al mondo intero ma tanto caro alle sue donne, anche lui, come i grandi uomini, avrebbe avuto, nella cornice costosa, il riconoscimento ufficiale dei suoi meriti. E quelle due creature, unite come fossero un corpo e un’anima, nella ufficialità di quel luogo, accessibile solo a pochi, dinanzi ad un pubblico ristretto che poteva ritenersi privilegiato, quelle due creature insignivano, lì, il loro uomo di quell’alto privilegio riservato a pochi fortunati con tanto amore e tanto sacrificio!