La mia vita, desiderata da me e per alcuni versi voluta e decisa anche da me, per altri versi non è stata né voluta né decisa da me. Nel suo complesso a segnarne il corso è stato soprattutto il caso, a volte assecondando le mie aspirazioni, altre volte eludendole per dirottarmi, mio malgrado, verso soluzioni rivelatesi poi provvidenziali. Di mio c'è stata la ferma volontà e i tanti sogni che mi proiettavano con vigore verso il futuro. Senza l'intercessione del caso o di una volontà altra, senza alcuni interventi provvidenziali la mia vita non sarebbe stata quella che in realtà è stata.
Quando parlo di interventi provvidenziali alludo non solo a quelli rivelatisi tali nellìimmediato ma anche a quelli ostativi che poi, a distanza di tempo, si sono rivelati fondanti per la mia vita. Ho già parlato del mio primo giorno di scuola a cinque anni, quando ancora non sapevo cosa fosse la scuola. Ho già ricordato la mia iscrizione al IV Ginnasio sopraggiunta, per puro caso, a soddisfare il mio desiderio di continuare gli studi classici. Ma ora ricordo con gratitudine anche tutto quello che, mio malgrado, mi dirottò verso un indirizzo universitario che non avrei mai scelto.
Volevo iscrivermi a Medicina. Il mio sogno era quello di andare in Africa.
Ne parlai a mio padre che, senza tergiversare, fu costretto, ancora una volta, a spegnere il mio entusiasmo.
- Tu sai che non posso mantenerti all'Università, meno che mai per questo tuo progetto - mi disse - O ti fermi qui oppure cerca di iscriverti ad una facoltà che ti dia la possibilità di mantenerti agli studi -. Per la mia famiglia quelli erano ancora tempi di grandi sacrifici, nonostante l'aiuto di alcuni zii facoltosi. Capii e, mogia mogia, cominciai a riflettere su una scelta che mi consentisse di continuare gli studi senza gravare sulle deboli finanze della mia famiglia. Fu così che, sfogliando guide universitarie e cercando consigli, decisi di iscrivermi a Lettere Classiche, una facoltà che, non costringendo all'obbligo di frequenza, mi permetteva di impartire a casa lezioni private, di mantenermi agli studi e presentarmi agli esami da autodidatta. La mattina dell'iscrizione, in treno, incontrai un compagno più anziano di me di un paio d'anni, iscritto proprio alla facoltà di Lettere Classiche. Un ragazzo notoriamente molto bravo che, quando seppe della mia scelta, ebe un moto di ripulsa, accompagnato da parole vivaci di disapprovazione.
- Per carità, riensaci ... Non farlo. Non sai che gli iscritti a questa facoltà sono tutti fuori corso per il Professore di Greco? ... Tu, come me e tutti gli altri, ce la sognamo la laurea con quello! -
Vera o falsa, esagerato o meno che fosse quell'asserzione, sta di fatto che invece che a Lettere Classiche mi trovai iscritta a Lettere Moderne, facoltà che in precedenza avevo scartato di getto proprio per quel suo attributo di modernità che ritenevo incompatibile con i miei studi e con le mie inclinazioni. Fu un ulteriore ripiego al mio sogno, un ripiego che, per i risvolti che ebbe sulla mia vita, si rivelò provvidenziale.
L'iscrizione a Lettere Moderne contemplava nel piano di studi due esami di Storia dell'Arte che, a laurea conseguita, oltre al diritto di insegnare Materie Letterarie e Latino, mi dava anche l'opportunità di insegnare Storia dell'Arte negli Istituti superiori. Sta di fatto che proprio grazie a questo dirottamento, a soli 21 anni entrai come insegnante proprio nel mio Liceo Classico, quello da cui, alunna, ero uscita qualche anno prima.
Naturalmente non avevo ancora la laurea ma quelli erano tempi in cui per carenza di insegnanti veniva dato l'incarico a tempo determinato anche agli universitari che avessero sostenuto alcuni esami compatibili con la dosciplina per cui si riceveva la nomina ad insegnare.
Quell'anno, dal Preside di Liceo, quello stesso che per eccesso di zelo aveva convocato mio padre in quel lontano novembre del '55, decidendo il mio ritorno a scuola, da quello stesso Preside fui convocata per il conferimento della cattedra di Storia dell'Arte nelle ultime tre classi del Liceo. Allora il Liceo classico si componeva di cinque anni. I primi due erano denominati IV e V Ginnasio, i rimanenti I, II e III Liceo.
La lettera di convocazione mi fu consegnata a mano dal bidello Martino che io già conoscevo. Non ricordo la mia reazione a tanta provvidenza. Probabilmente fu di sorpresa ma anche di scetticismo. Sta di fatto che l'indomani da Carovigno, in cui ci eravamo trasferiti con il pensionamento di mio padre, partii per Ostuni. In corriera incontrai il mio ex professore di religione, don Peppino Palazzo, ancora docente nel Liceo, che, piacevolmente sorpreso, cominciò a chiedermi della mia carriera universitaria, dei miei studi e dei miei progetti. Quando seppe della mia eventuale nomina all'insegnamento ebbe subito parole di disapprovazione.
- Maria, per l'amor del cielo, non accettare! Sei troppo giovane ... Quelli sono terribili ... Prenderanno il sopravvento su di te e tu ti rovinerai la carriera ... Non accettare! ... -
Mi mise tanta paura, ma tanta paura che, quando il bidello mi aprì la porta della presidenza, entrai decisa a dire di no e vi uscii ... che avevo detto di sì. Al mio Preside di sempre, quello burbero ed austero che conoscevo, avevo certato di esporre le mie remore a sostegno del rifiuto, quelle stesse prospettate dal professore di religione, aggiungendovi anche la mia inesperienza e i miei limiti in quella disciplina, ma niente.
- Si ricordi che lei è già passata tra quei banchi ... - mi disse per convincermi.
- Appunto, Preside ... Sono quasi una loro coetanea ... - ribattei - Quei banchi sono ancora caldi della mia presenza ... -
- Signorina, lei, oltre alla maturità, ha due anni di studi universitari, un esame di Storia dell'arte ... Lei ne Sto arrivando! più di loro ... Accetti! -
Sta di fatto che ad ogni mia renitenza riusciva ad avanzare un deterrente persuasivo e di incoraggiamento per cui, alla fine, mi lasciai accompagnare in classe. Era la terza Liceo, la classe dei maturandi, in cui lo seppi più tardi, c'erano studenti anche più anziani di me. L'ingresso e l'impatto avvennero nel più totale silenzio, silenzio e correttezza che segnarono da quel giorno in poi tutti i nostri incontri. Nelle altre ore, purtroppo, quelle dei docenti titolari di cattedra, non accadeva la stessa cosa. Tutti si lamentavano di quella classe e, quando nei consigli si andav a sintetizzare l'andamento, discordando con il loro giudizio, mi resi invisa a tutti, come la saputella presuntuosa.
Dopo qualche anno da quella prima nomina, sposata e laureata, nel timore di non poter conciliare i miei impegni scolastici con i nuovi impegni di vita, mi decisi a chiedere una retrocessione che nessun insegnante avrebbe mai chiesto: il passaggio dal prestigioso Liceo Classico alla Scuola Media obbligatoria, che, pensavo, meno gravosa e impegnativ. Questa decisione nell'immediato si rivelò un errore e solo molti anni dopo ne colsi i benefici. Con l'istituzione della nuova scuola Media, che comprendeva i tre anni di frequenza obbligatoria dopo i cinque delle elementari, si era resa necessaria, a raffica, la frequenza a corsi di aggiornamento, a seminari, a sperimentazioni, a incontri ed io mi trovai ad essere impegnata a scuola non solo la mattina ma anche i pomeriggi e, mentre tra i banchi della Media soffiava vento di rinnovamento e di sconvolgimento, il Liceo Classico, nel religioso rispetto della sua tradizione, rimaneva e rimase in una quiete di stallo per molti anni ancora. A carte giocate e con il senno di poi, dopo molti anni m i resi conto che quell'esperienza nella scuola Media Inferiore mi era valsa molto non solo sotto il profilo didattico, ma anche e soprattutto sotto quello umano. Entrata nel mondo preadolescenziale, avevo imparato a conoscerlo e ad amarlo, a calibrare le mie strategie di intervento ai bisogni e alla sensibilità di ciascun alunno, a coinvolgerli in attività di ricerca, stimolando curiosità ed interessi. Con questo bagaglio di esperienze, quando ritenni di potercela fare, chiesi nuovamente il trasferimento nei Licei. Questa volta ebbi la nomina nel Liceo Scientifico dove conclusi la mia carriera.
Alla cerimonia di pensionamento e di addio i ragazzi mi rivolsero parole affettuose di ringraziamento per quello che io avevo dato loro. MI commossi. Cosa avevo dato? Contenuti, spiegazioni ... Ma quanto di più prezioso mi avevano dato loro stando tra i banchi, con le loro ansie, i loro sorrisi, le loro pene, i loro problemi, le loro leggerezze, il loro essere l'alba di un giorno che per me declinava! Una mattina, già pensionata da tempo, incontrai un mio ex alunno del Classico, noto avvocato e persona di grande rilievo nella comunità cittadina. Mi fermò con un sorriso e, tendendomi la mano, mi dsse:
- Professoressa, lei non si ricorda, io però ricordo di lei. Sono passati tanti anni da quel giorno in cui il Preside l'accompagnò in classe. Ricorda? Lei quell'anno fu nominata in sostituzione di una vecchia insegnante arcigna andata in pensione. Ci aspettavamo una dello stesso calibro. Nel vederla sulla soglia, così giovane e indifesa, ammutolimmo e ciascuno si fece carico di proteggerla e di non darle fastidio. Insomma, l'adottammo tutti quanti e qundo avevamo lezione con lei non dicevamo or c'è Storia dell'Arte ma mu vene la pecceledda, ora viene la piccolina -
Dopo tanti anni, mi veniva svalato il segreto della condotta esemplare di quella classe durante le mie ore di lezione. Ritornai con la mente a quei giorni lontani, ai miei alunni, a quei consigli di classe, al silenzio di sufficienza dei colleghi titolari quando leggevo le mie relazioni completamente discordanti dalle loro su quegli alunni, per me disciplinati e studiosi, per loro ingovernabili e troppo distratti da altro. Non vi nascondo che quella rivelazione, se da un lato mi commosse, dall'altra ebbe il potere di rimuovere definitivamente le scorie di un'illusione sedimentata nei miei ricordi: l'illusione che il merito del rendimento e della condotta di quella classe nelle mie ore fosse da addebitarsi alle mie capacità di docente, seppure giovane e inesperta.
Non avevo chiuso i conti con la scuola. A distanza di tanti anni scoprivo ancora una volta d'essermi sbagliata. La mia volontà non c'entrava affatto. Ancora una volta, sommata alle tante altre, il merito non era mio. Il caso o chi per lui aveva tramato a mio favore.