Parole di conforto

Quella mattina, come sempre, stavo andando a scuola. Ma la solita strada, le solite case, i soliti negozi, era come se non li ritrovassi più. Uomini in chitone o in clamide e donne in lunghi pepli mi camminavano accanto: i primi con abiti chiari, fermati sulle spalle da fibule, o con corti mantelli ornati in oro; le seconde vestite da candide tuniche, che ne avvolgevano le armoniose forme. Ero esausto dopo aver studiato tutto il giorno, ma sentivo di non sapere quasi nulla. Infatti, il pomeriggio precedente avevo litigato con Silvia, la mia ragazza, e questo aveva reso ancor più ostico l’approccio con il latino. Camminavo immerso nei miei pensieri, ma pian piano mi rendevo conto che il mondo che mi circondava non era più lo stesso. Cercai con lo sguardo il bar dove ero solito incontrarmi con i miei amici, prima di entrare a scuola, ma vedevo intorno a me solo antichi palazzi in marmo, affiancati da abitazioni più modeste, in pietra ed in legno, e strade con l’acciottolato.

Intorno a me camminavano ragazzi e ragazze con spirito goliardico. Ma ce n’era una in particolare, bruna e dalla bocca aggraziata, spigliata ed elegante nel rapportarsi ai suoi compagni. Questa ragazza aveva per me qualcosa di familiare, ma non riuscivo a spiegarmi cosa, cosicché decisi di avvicinarmi a lei, e le dissi un informale “Ciao!”. Ma lei rispose:

  • “Quis es?”

  • “Ma che lingua parli? Mi sembra di conoscerti! Chi sei?”

  • (Rivolgendosi agli amici) “Ille stultus est! Linguam nostram non intellegit.”

Ero disperato, mi sembrava qualcosa di surreale. Era latino quello che avevo sentito? Provai a rispondere alle strane parole della donna, improvvisando un latino maccheronico.

  • “Ave puella! Italianus sum.”

  •  “Ave! (Ridendo) Ego Clodia sum. Intellegisne verba mea?” 

  • “Verba? Nomen meum Giacomus est, non Verbus. Ego masculus sum!”

  • (Ridendo) “Veni nobiscum!”

Intanto qualcuno ci stava seguendo, origliando la nostra conversazione con una punta di ostilità. Mi girai di scatto, e vidi un uomo dai capelli bruni, molto più giovane di lei, che con sguardo geloso seguiva ogni mio movimento. Avvicinatosi, scambiò qualche parola con Clodia, poi mi prese con sé e mi condusse in una taverna.

Dopo esserci seduti, l’uomo iniziò a parlare un latino per me incomprensibile. Ma, ad un certo punto del suo monologo, con in mano un calice di vino, disse: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”

Ed io, riconosciuti questi versi, subito gridai: “Catulle, tune es? Ego studiavi poesiam tuam ad scholam meam!”

E lui: “Poesiam? Quae est? Ego carmina scripsi! Audi: Lesbia nostra, Lesbia illa, illa Lesbia, quam Catullus unam plus quam se atque suos amavit omnes…” 

Rimasi affascinato da queste dolci parole, di un amante sofferente non corrisposto. Mi parlava della sua travagliata storia d’amore con una donna: “Lux mea se nostrum contulit in gremium, quam circumcursans hinc illinc saepe Cupido fulgebat crocina candidus in tunica.” Ed ancora: “Miser Catulle, desinas ineptire, et quod vides perisse perditum ducas.” Anche io iniziai a parlargli di me e del mio difficile rapporto con Silvia. La conversazione non era facile, ci sentivamo uniti dai sentimenti, ma non di certo dalla lingua. 

Improvvisamente entrarono nella taverna Clodia con un amico, e si sedettero poco distanti da noi. Guardai gli occhi di Catullo: erano lucidi, sofferenti. Era lei la Lesbia di cui mi parlava prima? L’amico di Lesbia si avvicinò di colpo a Catullo, e lui, pietosamente: “Quinti, si tibi vis oculos debere Catullum, si quid carius est oculis, eripere ei noli multo quod carius illi est oculis.” Sul volto di Quinzio si disegnò un sorriso sarcastico, come a dire “Non è la prima volta che Lesbia non è con te”.

Uscimmo dalla taverna, entrambi frastornati: lui da quanto era appena accaduto, io dal fatto di trovarmi in una dimensione a me estranea. Ero diventato confidente di Catullo, le mie emozioni erano anche le sue. Mentre camminavamo, alcuni uomini si inchinavano, mentre io ero impegnato a schivare un sacco di rifiuti, forse lanciato da una finestra. 

Improvvisamente sentii qualcuno che gridava alle mie spalle: “Ma che stai facendo, sembri uno zombie!”

I miei amici iniziarono a prendermi in giro, mi chiesero come avrei potuto affrontare un’interrogazione nello stato in cui mi trovavo. 

  • “Ma allora, hai studiato Catullo?”

  • “Sì, ed ho anche parlato con lui”. 

Scoppiarono tutti a ridere, ma io li lasciai perdere. Avrei voluto dire ancora qualcosa a Catullo, ma non sapevo bene cosa. Così me ne tornai a casa e, preso il libro di latino, iniziai con agitazione a sfogliare una dopo l’altra le pagine dei suoi carmi. Cercavo una risposta al mio senso di smarrimento, alla svolta che avrei dovuto dare al mio rapporto con Silvia. Avevo veramente capito cosa significa amare. La sua esperienza era stata anche la mia, divisa fra il soffrire ed il piegarsi alle convenzioni, l’essere e l’apparire. Una forte empatia ci avrebbe legati per sempre. 

Grazie amico.