La luce del giorno si era affiochita.
Erminia accese la piantana presso le poltrone in cui sedevano le amiche.
Ne era passato di tempo dall’ultima volta! Eppure, aveva tanto desiderato che le loro visite si intensificassero, per una svolta imprevista del suo carattere.
Si era immersa con tutta se stessa nel lavoro e nello studio, senza un attimo di sosta, dalla mattina fino a sera inoltrata in cui, stremata dalla stanchezza, cadeva in un sonno non sempre benefico. A volte si sentiva la mente satura, incapace di assimilare la benché minima sciocchezza, e, in quei momenti, chiacchierare, anche di cose futili, le avrebbe fatto bene. Spesso si accorgeva di aver letto pagine intere senza sollevare gli occhi dal libro e di non ritenere nulla, allora poggiava i gomiti sulla scrivania e si stringeva la testa tra le mani per tenerla lì ferma e costringerla a non vagare altrove.
Si era imposta di riempire con il lavoro e con lo studio le sue giornate perché i sogni e i ricordi, sempre in agguato, in risacca, non tornassero ad illuderla.
L’esperienza dolorosa aveva maturato in lei la convinzione che l’amore non è altro che un inganno della natura.
Si era convinta che gli abbandoni e le fantasticherie sono per la gente credulona e superficiale, per chi, vivendo di sogni, in realtà non vive di niente.
Tornata con i piedi per terra, a sogno infranto, non si trovava più a suo agio con le amiche spensierate e leggere, eppure le cercava.
Era cambiata. Era diventata calcolatrice e fredda ma, dietro quell’apparenza, nascondeva un vulcano di sentimenti impetuosi e insoliti, controllati e arginati solo dalla volontà tenace e dal desiderio irremovibile di nascondere le sue delusioni e la sua fragilità.
Eppure, un tempo aveva conosciuto l’abbandono e la dolcezza di chi crede nell’amore, nei sogni e nella speranza… ma poi…. Poi erano sopraggiunte la fine, la delusione, la solitudine, quella solitudine che da bambina le faceva paura e che ora la teneva in uno stato continuo di disinganno e di abbandono.
Rifuggiva dagli uomini per il male che uno di loro le aveva fatto … Ecco perché le cercava le sue amiche. Con loro e nella loro vacuità riusciva a sentirsi leggera, svuotata di tutto... I loro problemi, quelli di sempre, non la interessavano, ma la distraevano. Parlavano senza sosta, riversavano fiumi di parole, si aggiornavano sui pettegolezzi e sui fatti accaduti dall’ultimo loro incontro. Si scambiavano notizie e ne prendevano minuziosamente nota, attente a non tralasciare alcun particolare. Vi scavavano dentro per cogliere ulteriori dettagli e malignità con cui ricucire le storie con il piacere sottile della perfidia.
Le sentiva ma non le ascoltava. Leggera e silenziosa, si lasciava inghiottire dal vuoto in cui brulicavano e in quel vuoto trovava la sua pace.
Quel pomeriggio erano tutte lì raccolte, vuote come sempre, informatissime come sempre e lei lì, con loro.
Seppure assente, pareva condividere di loro tutto e niente, il volto appena rischiarato dalla luce della lampada che le conferiva una bellezza più matura e un fascino più intenso ma… le mancava l’amore.
L’amore! … Sentì una stretta al cuore e gli occhi inumidirsi.
Doveva essere quella luce fioca.
Le amiche parlavano, gesticolavano, ridevano… parlavano, appunto, d’amore.
- Agnese si sposa … perciò non è venuta … è fuori di sé dalla felicità …-
No, non la invidiava…Come poteva essere felice accanto ad un uomo insignificante come Aldo?...
Le amiche ridevano e ammiccavano malignità mal sottaciute, con le quali non riuscivano a nascondere l’invidia e il desiderio di essere al suo posto.
Gli occhi! … ancora gli occhi! ….
Ma perché lo giudicava insignificante?... Eppure, non lo aveva visto che poche volte.
Agnese glielo aveva presentato in una via della città.
Li aveva incontrati che si tenevano mano nella mano, sorridevano e si scambiavano gesti affettuosi come due scolaretti.
- Ma guarda un po’ cosa fa l’amore! - pensò con sarcasmo - … Anch’io… anche noi… - e subdolo cominciò ad affiorare quel ricordo molesto e mai sopito. Abbandonata nella poltrona, priva di forza, cercò di ricacciarlo come sempre aveva fatto… ma ricordò…
Ricordò il tempo in cui era stata felice … lui e lei, mano nella mano.
Un calore benefico le scaldò il cuore e le sciolse le membra.
Risentì il tepore del camino, il fuoco che scoppiettava, le scintille che salivano su per la cappa e lei, la testa poggiata sulla spalla di lui ...
Senza volontà e senza peso si abbandonò a quel ricordo da sempre ricacciato.
Il ricordo di un sogno vissuto…
Lo scroscio di una risata, impietosa e crudele, la strappò al suo abbandono.
Si guardò intorno, smarrita, alla cerca del dove e del quando.
Lì, intorno a lei, il vuoto. Nel ricordo, la pienezza di un sogno.
Tra i rottami del suo dolore, aveva ritrovato la felicità.
Abbandonò il capo allo schienale e, unendo il suo pianto allo scroscio delle risate, docilmente, riprese a sognare… l’amore.