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Racconti

Verso l'ultima stazione

Correvano gli Anni '60

Viaggiava da oltre venti ore.Veniva da Zurigo.Lo scompartimento pareva troppo stretto per lui. Sembrava non contenerlo.Incurante di tutti si agitava, si alzava, andava nel corridoio a fumare due boccate e poi spegneva, si faceva strada per l’ennesima volta tra il groviglio di gambe già faticosamente raccolte e ritornava a sedere accanto al finestrino.Di fronte a lui muto un uomo dal volto un po’ strano, gli occhi enormi nel viso scarno.Doveva essere un suo compaesano e compagno di sorte, lo arguii dal modo confidenziale con cui l’altro gli offriva le sigarette e gli rivolgeva la parola che non chiedeva risposta.Entrambi avevano la stessa pelle dura, gli stessi segni di una terra amara.Tornava a guardare l’orologio.Quella turbolenza mi procurava un notevole fastidio e un viscerale senso di rigetto per quel modo di fare così privo di qualsiasi garbo,tanto più che gli sedevo accanto,gomito a gomito. Quasi mi pentivo d’essere salita su quel treno speciale,stracolmo di emigranti, l’unico ad avere un posto libero,quello occupato da me,e tanta gente stipata nei corridoi e solo per arrivare qualche minuto prima a casa.Mancavano due giorni al Natale.

Pensai con invidia ai viaggiatori di prima classe,composti e indisturbati.

Nello scompartimento, insaccato fino all’inverosimile di bagagli dalle fogge più strane,viaggiavamo,triste spettacolo di una umanità di seconda classe,stretti spalla a spalla,senza spazio sufficiente neppure per i nostri piedi.L’aria,calda e pesante,dall’acre odore di umano,era ai limiti del respirabile.

-Fra due ore arriviamo-esclamò ad alta voce come per acquetare la smania tra l’indifferenza e il silenzio di tutti. Il compagno,quello di fronte dal viso scarno,continuava a guardare fuori dal finestrino gli orti squadrati con cura minuziosa e caparbia. Gli occhi, l’anima, tutto di lui sembrava galvanizzato da quella terra composta e serena.

- Appena arrivo mi faccio preparare un bel piatto di rape - Era sempre lui che parlava, inquieto, come volesse questa volta farsi strada tra i pensieri del compagno muto - Mamma lo sa, quando vengo me le fa anche la mattina a colazione - e sembrò aspirare dal ricordo l’odore caldo della minestra.Gli occhi gli brillavano di un desiderio non contenuto.Si agitò.Si alzò e,vacillando in quello spazio troppo angusto,riuscì a tirar fuori qualcosa dalla tasca della valigia. Sentii crocchiare. Alzai lo sguardo incuriosita.Aveva in mano una busta e si accingeva a rimettersi a sedere.Era una busta di caramelle.Quella leccornia in quelle mani ruvide e callose,avvezze a tutt’altro e scolpite dal tempo ingrato,segnò ai miei occhi un contrasto inconciliabile e stridente

- Signorì, pigliate, sono alla menta.Sono buone, sono di Zurigo- e, prima che io potessi aprire bocca,me ne rovesciò qualcuna in grembo con un gesto rude ma con un trasporto istintivo e disarmante che neppure osai accennare un rifiuto.

Da me a tutti gli altri.Il pacchettino di caramelle,accompagnato dalla pressante insistenza del proprietario,fece il giro dello scompartimento. Qualcosa cominciò a sciogliersi nell’aria.

-Da Zurigo venite?- gli chiese una donna di mezza età, di fronte a noi, piuttosto grassa, con accanto un giovanottone dal volto ebete e assente -Anch’io sono stata all’estero. In Germania -

La freschezza intensa della menta mi diede una sensazione di benessere.Mi sentii più rilassata e più ben disposta verso il mio vicino e i miei compagni di viaggio. In fondo quella gente poteva anche riuscirmi simpatica.

-Si sta bene all’estero?-aggiunse l’altra vecchietta accanto con un tono trepido e ansioso di chi aspetta una risposta ad un sogno accarezzato da sempre. Sembrava ancora più stretta nel suo cappotto di panno scuro.

-Dove si lavora e si mangia si sta sempre bene- rispose il padrone delle caramelle ostentando saggezza.

- Si guadagna assai?- replicò la vecchietta con la stessa trepidazione di prima, quasi a volere una conferma alle meraviglie del suo sogno nascosto.

- A guadagnare si guadagna ma è l’alloggio e il mangiare che costano. Da trent’anni sto a Zurigo e lavoro quando piove e c’è neve.Faccio il muratore e guadagno ma come si guadagna si spende. Sta meglio chi tiene moglie. Risparmi sul mangiare e metti soldi da parte-

Queste ultime parole parvero rinfocolare nelle due donne sogni e speranze mai sopiti.

-Quando stavo in Germania con mio figlio e faticava anche lui ne facevo di soldi- confidò la donna di mezza età sotto l’empito dei ricordi,con nostalgia nella voce,poi, dopo una pausa che mi parve pregna di un tormento infinito,aggiunse decisa-Ma, non appena avrò fatto i soldi per un biglietto,ci ritorno, sì, ci ritorno-

-Perché allora ve ne siete venuta?- le chiese quasi irritato un tipo dall’aria sazia, grosso e grasso che,straripando dal suo spazio,spingeva il vicino occhialuto a schiacciarsi contro la mia spalla.

-Già, perché?- balbettò quest’ultimo come scuotendosi dal torpore.

Seguì un silenzio greve come di un dolore faticoso a ricordare o di un fallimento che si ha vergogna ad ammettere. Poi, quasi chiamando a raccolta tutte le forze, strascicò:-per lui, per mio figlio-  

Sembrò pesarle quanto il mondo e con lo sguardo indicò il ragazzone che guardava nel vuoto con l’aria ebete e assente.

Si sentì lo sgranocchiare di una caramella.

-Per vostro figlio?!- chiese la vecchietta sporgendosi a scrutare quel relitto silenzioso e la sua voce mi parve incrinata dalla paura di un disinganno.

Quel pacchettino di caramelle, dolce e subdolo galeotto,cominciava a sciogliere l’ultimo riserbo,a mettere a nudo i cuori,svelandone le ansie e le pene più riposte.

Cominciavo a sentirmi parte di quella umanità.

Non ero più a disagio tra quella gente così diversa da me e tanto lontana dal mio mondo - L’ho tenuto tanto tempo in ospedale. E’stato grave per morire -

Si interruppe,poi,quasi leggendo nel silenzio la domanda di tutti e palpando la curiosità sospesa nell’aria o semplicemente perché spinta dal bisogno di condividere con altri il suo dramma,riprese:

-in Germania stava lavorando come voi al muratore. L’impalcatura era alta, molto alta. Si spezzò una trave. Non era assicurato-

A frammenti ci raccontò di quanto aveva fatto per quel figliolo, del suo pellegrinare da un ospedale all’altro della Germania che erano meglio di quelli italiani.I soldi risparmiati se n’erano andati tutti fino all’ultimo centesimo.Che almeno fosse tornato normale! Senza più una lira, senza più un figlio capace di lavorare,vedova, se n’era tornata in Italia da sua madre che aveva una pensione.

-Da due mesi è morta. Io e mio figlio non abbiamo più niente, senza pensione manco più gli occhi per piangere ma,non appena avrò fatto i soldi per il viaggio,giuro, giuro che me ne torno in Germania. In Germania guadagnavo e mangiavo - e con questa certezza sembrò inseguire il sogno dei sogni, quello della sopravvivenza così prepotente e primario da offuscare il volto di ogni altra tragedia. 

Il treno correva veloce sulle rotaie.A destra e a sinistra tra gli alberi d’olivo cominciavano a diradare gli orti.Tra noi era calato un certo imbarazzo. Il grassone dall’aria sazia sembrava sonnecchiare.Forse aveva sonnecchiato per tutto il racconto.

-Solo perché si lavora e si guadagna- commentò il mio vicino non più turbolento- per il resto si sta meglio in Italia -

Il treno rullava sulle rotaie.

- In Svizzera guadagno- 

Le sue parole cadevano tra noi, persi ciascuno nei propri pensieri.

 -Mi costruii una casa al paese e ci misi mio padre e mia madre- 

Tacque per un attimo,quasi a darci il tempo di godere assieme a lui il piacere di quel ricordo,poi lui, il mio vicino dalle caramelle alla menta,di quelle buone di Zurigo, continuò con voce inaspettatamente sommessa e stanca il racconto di un dolore ancora vivo.

-Sposai una svizzera.Mi lasciò, chiese il divorzio. Ora non ho più né casa né figli. Il tribunale li ha affidati tutti e due a lei. Me li ha tolti.Là così vanno le cose -

Nella sua voce mi parve di cogliere il dolore e l’angoscia di chi vive in una terra che non è la sua, lontano dalle sue radici, dal suo focolare.

-Ho venduto la casa per pagare le spese e per mantenerli. Li dovevo mantenere io i figli e anche lei. Il tribunale ha voluto così -

Respirava a fatica quasi avesse corso senza sosta verso un traguardo lontano quanto un sogno.

-Quando farò i soldi per un’altra casa me ne torno al paese, da mamma. Tiene ottant’anni mamma mia.Le farò un’altra casa con un pezzo di terra. A lei piace zappare.Zappare e piantare cicorie e rape -

Il viso si era rischiarato al ricordo delle cose buone della sua terra, di sua madre, l’amante silenziosa e fedele, quella che non lo aveva mai tradito e che, ne era sicuro, avrebbe differito il suo appuntamento con la morte per non disilluderlo nel suo sogno.

Il petto non più ansante ascoltava la voce che da lui usciva.

-E’una donna forte mamma mia -aggiunse con l’orgoglio di un innamorato e sembrava aver dimenticato ogni pena.

Riprese a offrire le caramelle con gli occhi lucidi di ansia e di trepidazione e con la generosità tutta cuore di chi,tornato in patria,ha ritrovato gli amici perduti.

-Anche mio marito buon’anima voleva andare all’estero -sospirò con voce incrinata la vecchina -Facevamo la fame allora. Mi lasciò con quattro figli e mi prestai i soldi per fargli i funerali.Non avevamo una lira. Anch’io volevo andare all’estero,anche dopo ma,chi mi dava i soldi per i biglietti?Andavo alle olive,a raccogliere i pomodori ma ogni volta che mettevo una lira da parte c’era una malattia e se non era la malattia era la fame.I miei figli si sono sposati.Piglio la pensione di vecchiaia ma non ce la faccio lo stesso. Mo’ un figlio mo’ un altro,hanno sempre bisogno - Si fermò, poi riprese-voglio comprarmi un posto al cimitero,vicino a mio marito - e parve,questo,l’unico sogno a tenerla in vita, il solo per cui avesse sperato e disperato mille volte e mille in un biglietto all’estero.

Il mio vicino riprese ad agitarsi e pareva correre col desiderio e con l’impazienza più veloce del treno.Lo guardai.

Aveva i lineamenti ruvidi ma buoni,plasmati e incisi da una fatica secolare,la stessa fatica che io e i miei amici di prima classe nascondevamo così bene sotto i nostri panni,la nostra cultura,il nostro riserbo formale.La stessa fatica di cui noi avevamo vergogna.

Il treno rullava sulle rotaie docile e pietoso,lui,spola instancabile nella trama di una tela senza fine.

Nessuno più parlava ma in quell’aria satura di umano alitavano ancora i sogni e le speranze.

Il treno,zeppo di bagagli dalle fogge strane e diverse,di gente semplice,di gente arroccata,viaggiatori di seconda e di prima,tutti in corsa verso un approdo,lui, il treno amico, sembrava ansimare e singhiozzare sotto il peso di un affanno antico che solo l’ultima stazione può lenire.