La questione meridionale


Tra gli appunti dei miei lontani anni di liceo ho trovato numerosi fogli di ricerca e di approfondimento sulla Questione meridionale a partire dal 1861. Fogli sofferti per le numerose cancellature, correzioni ed aggiunte dovute non solo alla complessità del problema, ma anche al coro di rilievi, diagnosi e suggerimenti di una folta schiera di studiosi quasi mai concordi tra loro. Quelle divergenze e quell’impegno caparbio di diagnosi e proposte testimoniavano che il problema Meridione, al tempo di quegli appunti del mio lontano liceo, ad un secolo dall’unità d’Italia era ancora un problema tutto da risolvere. È vero che, sin da quel fatidico 1861, anno in cui fu proclamata l’Unità di Italia, di iniziative ne erano state prese ed attuate, che nel secondo dopoguerra erano stati investiti considerevoli capitali elargiti dal piano Marshall, ma è pur vero che, nel corso degli anni quasi tutti gli interventi fino ad allora avevano manifestato enormi limiti di compatibilità e di efficacia. Rileggendo quegli appunti oggi, a distanza di tanti anni, ne colgo ancora la persistente attualità. Ancora oggi il divario persiste, ancora oggi si parla di scollamento tra Nord e Sud, ancora oggi questa distanza appare lontana dall’essere appianata per cui, ancora oggi, questo nostro Meridione non trova una integrazione nell’ organigramma di sviluppo della nazione Italia. Il fatto che l’annessione del Meridione sia avvenuta come è avvenuta, seppure alimenti ancora un dibattito di voci discordanti sul come sia  avvenuta, in definitiva oggi è un dato di fatto incontrovertibile… Ma che, oggi, a distanza di oltre un secolo e mezzo, si discuta ancora dello scollamento economico e culturale del popolo italiano tra Nord e Sud testimonia chiaramente che qualcosa continua ancora a non funzionare da quel lontano 1861, quando, proclamata l’Unità di Italia, si chiosò l’evento con la dichiarazione, solitamente attribuita a D’Azeglio, di un ulteriore programma futuro: Fatta L’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani. Quel dobbiamo fare gli italiani implicava un progetto ben chiaro di manipolazione e non di inclusione. Come asserzione perentoria non lasciava dubbi sul metodo da seguire: promuovere l’identità di popolo non mediante un progetto di inclusione nel rispetto delle diversità delle parti ma rimodulando l’identità del meridione sul modello unico ed esclusivo del vincitore.  Ci ho riflettuto molto e, sulla base di documentazioni e dati di fatto, condividendo naturalmente il pensiero di altri, mi sono convinta che la motivazione di stallo della questione meridionale affonda le sue radici proprio in questo progetto: quello di dover fare gli italiani, in sé legittimo ma nell’ attuazione pratica ancora oggi un progetto da perseguire. Se il fine è legittimo, sicuramente non ha funzionato il suo processo di attuazione che, ignorando l’identità culturale e la vocazione economica, si volle plasmare il nostro Meridione su un modello che non trovava, qui da noi,motivazioni e spinte endogene. Nulla a salvaguardia della sua identità, tutto, mirato alla sua manipolazione e alla sua omologazione ad un modello altro, quello del Nord.




Non dico questo per fare polemica o per esacerbare gli animi. Per carità. Mi sento e sono orgogliosamente italiana. Lo dico perché, solo prendendo consapevolezza dei dati di fatto, si può maturare una giusta consapevolezza e, su questa, avviare un’autentica integrazione. Solo conoscendo i fatti si possono evitare giudizi sommari ed offensivi come quello formulato e divulgato con arroganza e protervia da Vittorio Feltri: i meridionali, rispetto agli italiani del Nord, sono inferiori. Basti pensare agli interventi avviati dall’unità d’Italia ad oggi, interventi che, da un lato, hanno visto lo Stato impegnato a favorire nel Sud il proliferare di poli industriali strettamente subordinati alle industrie del Nord e totalmente scollati dal nostro territorio e, dall’altro, la scuola statale impegnata a riplasmare la nostra identità su un modello altro nella convinzione che, con la strategia della correlazione economica, seppure sbilanciata, e della omologazione culturale tout court si sarebbero fatti gli italiani con una comune e condivisa identità economica e culturale.

Questo naturalmente comportò l’enfatizzazione e il silenzio, comunque la manipolazione di avvenimenti e fatti della nostra grande storia: quella gloriosa della Magna Grecia trattata come un’appendice accidentale della storia greca, la Scuola Siciliana come appendice, en passant, della figura di Federico secondo di Svevia. Persino la culla del volgare italiano, indiscutibilmente siciliana, fu traslata in Toscana e ancora oggi sui libri di scuola si ribadisce che la culla della lingua italiana è la Toscana e che Dante è il padre della lingua italiana, confondendo il merito della genitorialità con quello d’esserne stato il divulgatore, suo malgrado. Se non vogliamo dare alcun merito prioritario ai poeti della Scuola Siciliana circa l’aver conferito dignità letteraria al volgare, non possiamo tuttavia ignorare che la genitorialità del volgare è da attribuirsi prima d’ogni altro ai comuni parlanti. Il bello è che i libri di scuola, nonostante alcune eccezioni, continuano ancora oggi a prediligere maestranze storiche e culturali del Settentrione, ignorando quasi del tutto la prolifica ed eccellente produzione del nostro Meridione.

Negli anni di scuola elementare e media in nessuno dei miei libri ho mai trovato una sola pagina di un nostro scrittore pugliese. Mi ricordo ancora la reazione di disappunto che mi procurava il mandare a memoria poesie che nulla mi dicevano della mia terra. Una in particolare mi perseguita ancora oggi, L’ ultima ora di Venezia di Arnaldo Fusinato, una poesia meravigliosa che mi commuoveva e nella commozione mi pareva di tradire la mia terra che pure aveva tante sofferenze da cantare e forse le cantava ma nessuno lo sapeva o, peggio ancora, nessun libro ne parlava con sofferta condivisione poetica.

L’aver cercato e il cercare ancora oggi di cancellare l’identità del nostro meridione è stato e continua ad essere un elemento frenante alla coesione orgogliosa e pacifica del popolo italiano. Tuttavia, accanto a questo dato di fatto, non vanno sottaciute le responsabilità di noi meridionali. Siamo vissuti fino ad oggi in uno stato di acquiescenza, imitando e sognando il Nord. Non mi riferisco a coloro che sono emigrati e vi emigrano per lavoro, ma a coloro che, quando sentono parlar male di noi, o tacciono o, con rassegnata acquiescenza, sono soliti esclamare: che vuoi… siamo meridionali!  Ce l’ho con coloro che sognano l’Università al Nord come titolo di merito scartando quelle del Meridione perché hanno la grave colpa di essere meridionali. Eppure, abbiamo qui da noi centri di eccellenza che non hanno nulla da invidiare a nessuno. Ce l’ho con coloro che hanno sepolto nel dimenticatoio l’eccellenza delle nostre radici, hanno dimenticato i fasti culturali ed economici della Magna Grecia, con coloro che non ricordano più che la prima produzione letteraria in lingua volgare italiana fu quella della scuola siciliana di Federico II di Svevia, stupor mundi. Ce l’ho con coloro che, acquisite competenze di eccellenza al Nord o all’estero, non tornano qui da noi a portare nuovi fermenti per rendere più ricca e più nobile questa nostra terra.

A testimonianza Le invio la mia risposta ad una signora del Nord, di cui taccio il nome, la quale, in una trasmissione televisiva,  asserisce come dato di fatto inoppugnabile che i cani vengano maltrattati soprattutto nel Sud.

Gentilissima, vorrei sapere su quale base si fonda la sua asserzione che i cani vengano maltrattati soprattutto nel meridione d’Italia. Potrebbe essere fondata su una sua esperienza personale ma questo non l’autorizza a generalizzarla facendone un marchio identificativo di una parte d’Italia. Anche io ho avuto esperienze estremamente negative nel Nord Italia ma non oserei farne mai un tratto identificativo di quell’ area… i buoni e i cattivi non sono divisi in aree di appartenenza… l’essere buoni o cattivi è solo un fatto di scelta personale. Si ricordi che il nostro Meridione per antica cultura apre le porte a tutti, anche agli animali. Se poi qualche esperienza infelice testimonia il contrario, questa rimane un’esperienza circoscritta. Insomma, finiamola di dividere l‘ Italia in due e guardiamoci dal farlo in tv. Non è un bene per nessuno. Le nazioni più fiorenti sono quelle che, pur nella diversità, sono le più consapevoli e rispettose della loro identità unitaria.