La presunta discrasia tra Nord e Sud della nostra Italia non è un fatto genetico ma il risultato di una politica postunitaria inavveduta. Ma tutto questo appartiene al passato e a nulla servono le recriminazioni. Serve invece la consapevolezza dei fatti perché, finalmente, si realizzi a pieno e nel modo giusto quell’altro obiettivo postunitario sospirato dal D’Azeglio: ora bisogna fare gli italiani. Conoscere i fatti pregressi e prenderne atto è necessario non per rinfocolare vecchi e nuovi rancori ma per scardinare luoghi comuni che sottendono questi rancori e nuocciono non poco alla dignità della nostra Nazione.
Non è stato né sufficiente né produttivo stamparci tutti su uno stesso modello privilegiando uno a danno di un altro, non ha sortito gli effetti sperati ridurre i confini della nostra storia, compresa quella culturale ed artistica, ad un’area ristretta del nostro meraviglioso Paese ed eleggere a culla della nostra lingua una certa città e scuola piuttosto che un’altra città e un’altra scuola già fortemente radicata nella nostra penisola italica e questo senza togliere meriti a nessuna. Mi riferisco da una parte a Firenze e al dolce stil nuovo e dall’altra a Palermo e alla scuola Siciliana.
Se ognuno di noi decidesse di agire in prima persona, se riuscissimo a conoscerci come italiani di più e meglio, sono sicura che ci ameremo di più e meglio nella concordia e nella reciproca accettazione.
Per rimanere nei nostri confini, quelli che includono il nostro nord e il nostro sud, basterebbe riconsiderare la verità vera di alcune tappe fondamentali della nostra storia per trovare una ragione al mio invito. La prima che mi viene in mente è la discrasia tra nord e sud, quella ancora più vicina, quella che subito dopo l’Unità d’Italia e in particolare dopo la seconda guerra mondiale vide l’esplosione economica e culturale del Nord e il triangolo industriale Milano-Torino-Genova assumere un ruolo trainante e primario nella vita della Nazione con il proliferare di colossi industriali e di imponenti agenzie di informazione e divulgazione.
In contemporanea, al Sud, la riforma agraria, frantumando il latifondo e polverizzando le terre espropriate, non solo non produsse gli effetti sperati, ma addirittura si ridusse in un clamoroso fallimento. La spartizione delle terre, avvenuta senza alcuna preparazione e programmazione, senza un’appropriata dotazione di attrezzature, trasformò le case coloniche del Meridione in rifugio per vecchi e bambini mentre le forze giovani, quelle capaci di produrre, emigrarono al Nord in un esodo che, nel ’60, toccò la punta biblica di oltre quattro milioni di emigranti.
La Cassa del Mezzogiorno poi, istituita essenzialmente per il rilancio agricolo del Sud, servì quasi esclusivamente ai grossi imprenditori del Nord che, sfruttando clausole e cavilli, vennero, qui da noi, ad insediare industrie fantasma, denominate poi, a ragione, “cattedrali” nel deserto.
Per questo e per altri motivi, che si aggiunsero a quelli risalenti all'unificazione territoriale dell’Italia, si accentuò ancor più la divisione degli italiani in due blocchi contrapposti, quella dei buoni e quella dei cattivi. Categorie non solo etico-culturali, ma, direi, anche genetiche, alimentate dai mezzi di informazione e di divulgazione, fiorenti al Nord, con l’intento non dissimulato di aggredire e distruggere la nostra identità per poi rifarci tutti su un unico modello … il loro.
L’azione fu così serrata e martellante, così assertiva da parte loro e priva di contraddittorio da parte nostra che ancora oggi ne perdurano gli effetti.
La nostra identità fu messa e ancora oggi viene messa in discussione non solo dagli altri ma, addirittura, da noi stessi meridionali.
I libri di scuola della neonata repubblica, editi quasi tutti al Nord, continuando nell’intento dell’Italia postunitaria, quello di unificare gli Italiani sotto il profilo culturale, perseverarono nel rimuovere la storia gloriosa del nostro Meridione. Ci insegnarono e ci convinsero che le tappe più importanti della evoluzione culturale e storica del nostro paese furono segnate nell’Italia risorgimentale, nell'Italia del nord ... che lì ci furono gli eroi, lì i grandi scrittori, nel settentrione la grande civiltà a cui guardare con stupore e a cui uniformarci tutti, e per tutti si intendeva esclusivamente noi meridionali. L’arte, la cultura, la storia, la letteratura, l’efficienza era tutta e solo quella del Nord e noi, indolenti, frastornati e acquiescenti, comunque in uno stato passivo di sudditanza, cominciammo a vergognarci d’essere gente del Sud, ad unirci al coro dei nostri denigratori, ad essere accusatori implacabili di noi stessi.
Dimenticammo tutto o quasi tutto delle nostre radici, da quelle preistoriche a quelle della Magna Grecia, dalle nostre lotte contro gli invasori del Mediterraneo a Federico di Svevia, e su su fino al Settecento napoletano, famoso già da allora in tutti gli stati d’Europa e dell’America non solo per la sua scuola musicale ma anche per l’eccellenza del suo diritto che, per merito del giurista meridionale Gaetano Filangieri lasciò del Regno di Napoli un’impronta determinante nella dichiarazione di indipendenza americana. Poteva essere una gloria nostra, del nostro meridionale ma questo particolare è stato inghiottito dal silenzio, come tutto il resto della nostra storia, per colpa degli altri ma anche e soprattutto per colpa nostra, di noi meridionali. Abbiamo preferito ripetere a pappagallo la lezione che ci veniva e ci viene ancora oggi propinata. Abbiamo preferito seguire l'andazzo.
Al guaio abbiamo aggiunto un altro guaio. Quest'arte dell'autoflagellazione l'abbiamo estesa anche oltre il confine dove non esitiamo a spararci contro. Se per un verso siamo tutti punitori di noi stessi, per un altro abbiamo contribuito ad etichettarci, agli occhi del mondo, figli dello sfascio che noi stessi denunciamo, con i tanti risvolti negativi anche sul piano internazionale.
Se questo è vero bisogna metterci tutti di buona lena per liberarci da condizionamenti negativi, per riappropriarci delle nostre radici con spirito di condivisione e con il giusto orgoglio della comune appartenenza.
Solo conoscendoci di più e meglio potremo amarci di più e meglio e realizzare finalmente quell’unità degli italiani fino ad oggi non ancora compiuta.

