La verità piccola di un grande miracolo Riflessioni sugli orrori del Kossovo 15-4-1999 La guerra nel Kossovo (1996 – 1999 ) fu segnata da indicibili atrocità a danno degli inermi. Oltre alla perdita di un ingente numero di vite umane, furono perpetrati, come arma etnica, persecuzioni e stupri inauditi e feroci. Si operarono distruzioni a tappeto di chiese, scuole, abitazioni. Nessun luogo era più sicuro per nessuno. Se si scampava alle atrocità, si moriva per fame. Una tragedia immane, un inferno dal quale le tante vittime innocenti, tra cui molti bambini e donne, tentavano di fuggire. Esodi di gente disperata cercava aiuto ai confini e l’aiuto, tra rischi e difficoltà, si fece largo, non da parte delle potenze in lotta, ma dagli impotenti d’oltrefrontiera.In questi giorni, insanguinati dalle atrocità, ho vissuto la mia Pasqua di resurrezione raccolta nel silenzio di un antico dolore. L’ho vissuta sotto il peso angoscioso d’essere ripiombata in un passato che ero convinta non sarebbe mai più affiorato, di un passato che, relegato nella storia degli orrori, qualcuno cominciava a credere che non fosse mai esistito. Ma io so che quel passato è esistito, lo so perché i miei genitori lo hanno vissuto sulla propria pelle, lo so perché conservo ancora vivi nel ricordo alcuni brandelli di quei giorni senza casa e senza terra. Eravamo presso il Volturno nella fascia di fuoco, quella lungo la quale si fronteggiavano le forze americane a sud e quelle tedesche a nord. Io avevo appena tre anni eppure ricordo. Ricordo il suono lacerante delle sirene dell’allarme aereo e del coprifuoco, il botto secco delle finestre che si chiudevano, il buio che calava, nero e pieno di paure, nella casa attonita, il pianto convulso di mio fratello, terrorizzato dalle bombe e dal mitragliare della contraerea. Ricordo la fuga dalle case, il vagare all’aperto, il dormire all’addiaccio, tra i corpi degli adulti stretti l’uno all’altro per non morire di freddo. Ricordo il rifugio nelle cantine di campagna dove non si era mai al sicuro e dove si aspettava, nella fedele compagnia della paura, del freddo e della fame, di ritornare all’aperto. Mio padre, ricercato dai tedeschi perché militare delle forze armate italiane scompaginate dopo l’8 settembre, guidava quel gruppo di sfollati che cercavano scampo nella fuga, lontani dalle loro case, dal paese minacciato dai rastrellamenti dei tedeschi. Li guidava tra le campagne, tra i monti, verso i rifugi che aveva individuato nelle perlustrazioni notturne. Ricordo la fuga improvvisa dei maschi dal gruppo e poi la loro apparizione tra noi. Se ne sono andati…se ne sono andati i tedeschi…state calmi…-Poi il cammino riprendeva in quella fascia di terra, chiusa a tenaglia tra i due fuochi nemici.Noi bimbi camminavamo stretti stretti agli adulti. Nessuno parlava, nessuno piangeva. Ogni tanto sparsi nei campi c’erano corpi come abbandonati in un sonno profondo e sereno. Perché non riposavamo anche noi come loro?... Gli adulti ci coprivano gli occhi o ci distoglievano in altro modo perché non vedessimo, ora lo so, perché non vedessimo in volto la morte. Avrei voluto non più ricordare, avrei voluto consegnare ai miei figli e ai miei nipoti un mondo rinsavito, un villaggio globale in cui tutti gli uomini fossero uniti nell’amore, nella solidarietà e nella voglia di pace. Ma le immagini atroci che ci vengono oggi dai Balcani, gli echi della guerra del Kossovo, che giungono fino a noi, hanno risvegliato quelle antiche paure e ricomposto le immagini di sofferenza e di dolore che non avremmo mai più voluto rivedere. E’vero, le guerre non si sono mai spente su questo pianeta e la certezza di un occidente tranquillo, intento a tessere la pace per il villaggio globale, ci faceva sperare che un giorno la pace sarebbe arrivata dovunque e che, sia pur lentamente, si sarebbero spenti per sempre i fuochi di guerra in un’alba nuova per l’umanità, finalmente unita nei vincoli della fratellanza cristiana. Utopia?!... Eppure il cristianesimo non è un’utopia…è un messaggio di vita umanamente possibile, un messaggio costruito sull’amore e l’uomo, quando vuole, sa amare, sa amare l’altro, sa amare il diverso, il debole, l’handicappato. Ce ne dà testimonianza vivente la gara incessante e continua di solidarietà scattata a sostegno dei profughi del Kossovo. Uomini, donne e persino bambini da ogni parte si sono mobilitati a sostegno dei bisognosi in uno slancio di carità che solo a immaginarlo qualche tempo prima avremmo definito utopia. Nei campi di accoglienza in Albania la generosità ha compiuto opere impensabili in circostanze normali. Miracolo dell’amore!... Tra le persecuzioni e gli eccidi etnici, la guerra e tutto quanto in questi giorni è frutto della follia umana, la luce della speranza brilla tra gli “scofitti”, tra i deboli, i miseri, i senza casa e i senza patria. Sono essi, i poveri, gli ultimi, gli ebrei dell’esodo biblico di fine millennio a dare testimonianza di Dio, della presenza di Dio tra noi, nell’amore, nella carità, nella solidarietà. In quei luoghi si fronteggiano due modi diversi e contrapposti di essere uomini, da una parte l’uomo che si distrugge nell’odio, nel nazionalismo, nella guerra, dall’altra l’uomo che si costruisce nell’amore, nell’ ecumenismo, nella pace. E’ questo l’uomo della vita…è questo l’uomo del Vangelo, il buon samaritano, l’uomo della luce e della speranza!

