Tanti sono i fattori
che impediscono il cammino del nostro Meridione verso uno sviluppo consapevole e libero. Non mi limiterò ad un piagnisteo sulle colpe del governo centrale e del Settentrione, non mi scaglierò su chi ci etichetta con luoghi comuni, né parlerò della illegalità che da noi viene indicata con dei nomi mentre altrove non ha nome. Le ragioni storiche dell’autolesionismo, caratterizzato dalla soggezione a modelli ritenuti migliori, a mio parere sono da ricercarsi soprattutto nella politica postunitaria che considerò il Meridione una colonia da tenersi sotto scacco. Dopo averne depredato finanze e beni, impegnò ogni strategia per screditare la nostra cultura e la nostra storia. Attraverso una campagna di denigrazione costante e persistente, ci convinsero, e per la verità ci lasciammo convincere, di appartenere ad una razza inferiore, d’ essere incivili e rozzi, terroni e incolti. Cominciammo a vergognarci del nostro essere meridionali, a porci in uno stato di subalternità e di soggezione.
Ma il danno maggiore ci venne dalla esportazione nell’Italia del Sud di modelli culturali del Nord che ha minacciato e minaccia tuttora di cancellare la nostra identità culturale omologandola a quella del Nord. Al Nord erano sorte, grazie agli aiuti economici del piano Marshall, colossi editoriali che invasero e pervasero tutto il Paese dei loro prodotti. Dal nord cominciarono ad affluire a gettito massiccio e continuo qui da noi, nelle nostre edicole, nelle scuole, una cultura lontana dalla nostra , modelli di vita e di ambienti estranei ai nostri come i soli degni di una società perbene. Poesie di scrittori settentrionali, una storia dell’Ottocento tutta e soltanto del settentrione, un Risorgimento opera del settentrione, una unità tutta e solo opera del settentrione di contro al meridione che continuava a sonnecchiare nella sua indifferenza secolare…ma così non era. L’opera di denigrazione e il meccanismo di colonizzazione subdolo e sottile dell’ industria culturale del Nord violentava così senza sosta il nostro ambiente, le nostre tradizioni, la nostra cultura e si imponeva irrimediabilmente ad essa. Dal settentrione la potenza economica, che consentiva una pubblicità spietata ed una produzione a costi di concorrenza, impediva ai nostri scrittori e alle nostre deboli e sparute case editrici di farsi strada e levare alta la loro voce. Avevano possibilità di vita solo le tipografie che lavoravano a livello artigianale. Plagiati da simile propaganda scattò in noi un meccanismo che ci portò dal complesso di colpa a quello di inferiorità. Cominciammo a nascondere il nostro accento per adottare quello più fine e lezioso del Nord, cominciammo a vergognarci della nostra terra dimenticando le radici di un passato glorioso e giungemmo ad una forma esasperata di autolesionismo che ci vide accusatori implacabili di noi stessi. Completò l’opera la campagna contro il “campanilismo”, che andò a colpire soprattutto l’amore per la propria terra, per cui ci vergognammo anche di ammettere l’orgoglio legittimo di appartenere alla terra dei nostri avi. Così, vittime di un equivoco e di un plagio colossale, ci lasciavamo convertire al modello culturale ed economico del settentrione. Negli anni settanta il Sud cominciò a scuotersi. Acquistò una conoscenza più critica della realtà, cominciò a sgropparsi di dosso parte di tanta zavorra e a rendersi più autonomo economicamente e culturalmente. Purtroppo rimase ancora quel retaggio nefasto e la propensione all’autolesionismo. Sono sicura che se riuscissimo a convincerci pienamente e incondizionatamente che il nostro patrimonio storico-culturale non ha nulla da invidiare ad altri modelli, se riuscissimo a sostenerlo con forza e decisione, ad amarlo e ad amare con orgoglio la nostra appartenenza, se riuscissimo a promuovere uno sviluppo intensivo e razionale delle vocazioni proprie del nostro territorio liberandoci dalla soggezione di modelli imposti,se riuscissimo a fare questo sono sicura che solo allora comincerà il nostro vero Risorgimento.
Gli aiuti economici stabiliti dal piano Marchal ( ERP) furono impiegati essenzialmente per la ricostruzione e il rilancio economico delle città settentrionali e per la costruzione di industrie di base nel meridione, le cosiddette cattedrali nel deserto, in cui si trasformavano le materie prime che, riportate nelle industrie di trasformazione del nord ritornavano a noi come prodotti finiti. Questo meccanismo, se da una parte creava qui da noi posti di lavoro, dall’altra, destinandoci a mercato delle loro merci, ci portava via buona parte dei guadagni. A distanza di anni quasi tutte le industrie di base qui da noi sono state smantellate lasciandoci, alcune, i postumi devastanti del loro insediamento. Il boom economico vide anche l’affermarsi nel Nord di potenti colossi editoriali e industriali.
Le cause di tale divario sono riconducibili, a mio parere, agli inizi degli anni ’50, a quella esplosione economica e culturale che vide il triangolo industriale Milano-Torino-Genova assumere un ruolo trainante e primario nella vita della Nazione. Il Meridione dimenticato guardò al Nord come all’unica alternativa per uscire dalla morsa della miseria. La conseguenza più immediata fu quella massiccia emigrazione che, in poco tempo, assunse vere e proprie dimensioni bibliche. I nostri emigranti, alle prese con il problema più urgente e drammatico della sopravvivenza, sprovveduti e in uno stato di estrema necessità, divennero facile preda del potente da cui dipendevano. Non starò a ricordare lo stato di totale soggezione né ad enucleare le angherie e gli sfruttamenti di cui essi furono vittime sotto i padroni del Nord, né ad analizzare il fenomeno in un senso o nell’altro, voglio invece ricordare, accanto ai tanti fatti che giocarono un ruolo determinante ai danni del Meridione, come la nostra terra, sostanzialmente dimenticata e privata di interventi puntuali ed energici, divenne mercato di sbocco delle merci prodotte nel Settentrione. Al Nord si andava a fare fortuna, a lavorare per l’imprenditoria locale e a spedire i risparmi alle famiglie meridionali. a produrre beni di consumo che, venduti al Sud così, riportava il denaro nelle casse del Nord.
La riforma agraria che agli inizi degli anni ’50 frantumando il latifondo del Sud aveva prodotto la polverizzazione della proprietà agricola fallì clamorosamente nel suo intento. La spartizione, avvenuta senza alcuna preparazione e programmazione, senza alcuna dotazione di attrezzature, trasformò le case coloniche in rifugio per vecchi e bambini, mentre le forze giovani capaci di produrre emigravano al Nord. La Cassa de Mezzogiorno poi, istituita per il rilancio essenzialmente agricolo del Sud, servì quasi esclusivamente ai grossi imprenditori del Nord che, sfruttando clausole e cavilli, vennero ad insediare industrie fantasma nella nostra terra con l’unico intento di ottenere forti prestiti e ingenti sovvenzioni da investire al Nord. Si parlò di cattedrali nel deserto.

