Prosa
Fede

Dialogo tra un credente e un ateo

Credente -  Tu dici che questo “ meccanismo perfetto “, che è l’uomo, è creatura della materia… è frutto del magma primordiale…del caos iniziale?

Ateo – Proprio così.  L’uomo è creatura della sostanza primigenia. L’adattamento all’ambiente ne ha determinato il processo di trasformazione e di evoluzione …

Credente – Tu parli di sostanza primigenia, altri di magma primordiale, altri di caos ... Resta comunque la domanda: qual è l’origine di questa sostanza, di questo magma, di questo caos dal momento che non solo non è rimasto allo stato primordiale ma si è trasformato e si riproduce in forme evolute? … La trasformazione presuppone una nascita, obbedisce ad un bisogno e la riproduzione ad un fine. Qual è il fine del nascere e quale il fine dell’adattarsi? 

Ateo – ... la conservazione della specie, naturalmente…

Credente – La conservazione della specie? Dunque, procreare, nascere, venire alla luce ha un progetto che va oltre, oltre il contingente, un progetto che viaggia nel tempo, frutto di un’idea… un’idea che è sapienza, intelligenza. Stento a credere che sapienza e intelligenza possano aver avuto origine dal caos. Conservare la specie è un progetto che sa di coscienza, di consapevolezza... Tu dici conservazione della specie sic et simpliciter… Ammettiamolo pure, ma ti chiedo: conservare la specie perché… per chi… a chi giova…chi lo vuole?...

Ateo  -… E’ inutile che arzigogoli... Dio non esiste … esiste solo ciò che si vede e si tocca... esiste solo la materia e i processi chimici da cui deriva anche il pensiero.

Credente - … Dunque il pensiero, che pure non si vede e non si tocca, al massimo si percepisce con uno stesso atto intellettivo, è frutto di un processo chimico? E quali sono gli elementi chimici che combinati producono quel pensiero e non un altro? Perché una platea ad uno stesso input risponde in modo diversificato? 

Ateo- dimentichi la psicologia –

Credente – allora il pensiero non è solamente il prodotto di una reazione chimica ma implica la combinazione di altro. Le riflessioni, le considerazioni, le progettazioni… consapevolezza ... coscienza. Il capire e il non capire, l’intelligere, il libero arbitrio, la capacità di decidere non possono essere solo il risultato di un processo chimico... A questo punto mi viene in mente il passo della Genesi, quello in cui si dice che Dio, puro spirito e padre, creò Adamo alitandogli il suo spirito, confermando, sia pure in modo implicito, che dal suo alito, dal suo spirito,ha origine il mondo... D'altronde la nostra facoltà intellettiva, l'impalpabile che alita in ciascuno di noi, quello che è spirito, essenza impalpabile, testimonia il permanere in noi di quell'alito divino.

Questo dato apre degli interrogativi ma dà una spiegazione più credibile e coerente al nostro essere.

Cattolica o cristiana?

Se qualcuno mi chiede: sei cattolica?... Rispondo semplicemente: sono cristiana. Ogni altra denominazione aggiuntiva, cattolica, ortodossa o protestante, nel momento in cui va a marcare l’appartenenza ad un gruppo confessionale piuttosto che ad un altro testimonierebbe la divagazione dall’assunto fondamentale della parola di Cristo. Se è vero che Cristo non ha lasciato scritto nulla di suo pugno e che i Vangeli sono frutto di una memoria, anche collettiva, che potrebbe aver aggiunto, modificato o dimenticato, tuttavia è pur vero che la sintesi della sua vita e della sua Parola è Amore e che, al di là delle divergenze interpretative dei testi, Amore è la fonte a cui ispirarsi e a cui attingere.
Un Amore totale e assoluto che si invera nella pratica di un eterno presente, un amore incondizionato che rimane tale per tutti e per sempre anche per i propri carnefici, anche nei momenti di atroce sofferenza, un amore che non fa differenza tra meritevoli e non meritevoli, tra buoni e cattivi, un amore che non si divide né divide, un amore che unisce, che non genera guerre ma pace, non crea odi, smembramenti, divisioni, contrapposizioni, ma unità e concordia, un amore che non punisce ma perdona, non convince con anatemi e costrizioni, non manda all’inferno ma accoglie nella pienezza della sua gioia. Un amore che indica la via, che lascia a ciascuno la libertà di scegliere e di decidere senza obblighi, senza imposizioni... né punizioni. Un amore alimentato dall’obbligo o dalla paura, oltre ad essere arido e improduttivo, nella pratica religiosa è capace di sortire un solo effetto deprecabile, quello di ridurre l’orizzonte dei deboli all’obbedienza fine a se stessa e all’osservanza anemica di pratiche liturgiche come merce di scambio nella speranza di averne in cambio un beneficio.
Nell'ultima cena Gesù diede da bere e da mangiare a tutti i suoi discepoli, anche a Giuda, che lo aveva venduto, e a Pietro che lo avrebbe rinnegato. In ogni funzione religiosa, in cui si commemori quell’episodio e che dovrebbe vederci uniti tutti nell’amore e nel perdono, il pane e il vino dovrebbero essere offerti a tutti, senza esclusione, indipendentemente dallo stato di grazia sancito dalla confessione e, se mai, infranto subito dopo.
La divisione in buoni e cattivi, se pure giusto, nel momento in cui esclude non è un atto d’amore.
Il Padre evangelico non ripudiò il figliol prodigo, non gli impose nessuna penitenza in cambio del perdono. Attese, nella sua bontà, che il figlio maturasse in coscienza e consapevolezza, che tornasse a Lui senza coercizione e, quando tornò, il Padre lo accolse con gioia e con gratitudine, perché lo aspettava e perché, tornando, il figlio colmava la totalità del Suo amore fino ad allora deprivata della sua assenza.                         

Un equilibrio da ricomporre

Mi sono spesso interrogata sulla presenza del male. L’idea che fosse uno strumento divino, una punizione per convincere l’uomo a rigare dritto, per la verità, non mi ha mai convinta. Il Dio evangelico, quello in cui credo fermamente, il Dio Amore, non può servirsi della sofferenza e del male perché l’uomo rinsavisca.
Come si spiegano, allora, il male e la sofferenza?
È un interrogativo che mi sono posto, in modo caparbio, più e più volte in questi giorni di quarantena per la pandemia da covid19 - Perché tutto questo… perché? - e ogni volta, nell’angoscia della mia memoria, rivedo ancora quelle file di camion militari, pieni di cadaveri stipati, muoversi mestamente lungo il deserto della strada vuota, avvolti nel silenzio di un pianto senza nome e senza pace. No. Dio non può aver voluto questo!
Da un lato ho cercato conforto nelle pagine del Vangelo e nella parola dei padri della Chiesa, dall’altro ho cercato di razionalizzare le mie paure andando più a fondo al problema nella speranza, conoscendolo meglio, di poterlo affrontare con più coraggio.
L’informazione trasmessa dai mass media, martellante, unidirezionale e monotematica, se, per quanto riguarda il contagio, è stata ed è prodiga di dibattiti e consigli, per tutto quanto il resto è stata e continua ad essere molto reticente.
Si è parlato e si parla degli effetti catastrofici di questa pandemia, degli errori commessi, delle precauzioni suggerite, delle prescrizioni imposte, dell’andamento giornaliero del contagio, dei guariti e dei morti ma non si è parlato e non si parla, in modo organico e chiaro, di quello che più preme: Perché e da dove viene questa malattia.
La certezza divulgata è che il Covid19 è una zoonosi, vale a dire una malattia di origine animale, il cui virus, per motivi favorenti, ha fatto un salto di specie, passando dall’animale all’uomo in cui si è trasformato geneticamente e da cui si trasmette per contagio.
Ma, il virus, come è passato dall’animale all’uomo?
Su questo le informazioni dei mass media sono omissive ed evasive.
È vero che, dal punto di vista medico-scientifico, le conoscenze sulla mappa genetica del Covid19 sono parziali e che gli studi sul vaccino sono in una fase ancora iniziale di sperimentazione, ma è pur vero che si conosce abbastanza altro per avviare una prevenzione a monte. Ma di questo o non si parla o lo si fa incidentalmente.
Dietro questa pandemia c’è una realtà che va oltre ogni immaginazione, una realtà fatta di allevamenti industriali intensivi, mattatoi, filiere di lavorazione, domanda e consumo, interessi economico-politici, tutto e tutti corresponsabili dell’immane disastro che stiamo vivendo.
Una realtà da horror. Causa di disboscamento e deforestazione, di inquinamento dell’ambiente e delle falde acquifere, responsabile dell’estinzione dei piccoli allevamenti e della chiusura di mattatoi comunali, l’allevamento intensivo a cui si fa riferimento, quello industriale, non ha nulla da spartire con le immagini bucoliche che ci vengono propinate dalla pubblicità. Aree sconfinate che, viste a volo d’uccello, evocano tutte immagini di tappeti di velluto ondeggiante, viste da vicino si scopre che sono frutto di illusione ottica.  Ciascuna è un immenso recinto con migliaia e migliaia di animali stipati e compressi l’uno contro l’altro, nella broda dei loro escrementi, senza potersi muovere, abbandonati, maltrattati e, con un sistema a catena di montaggio, imbottiti di sostanze discutibili, anche pericolose, al fine si accelerarne l’ingrassamento. In queste ammucchiate avviene un primo contagio di agenti patogeni, quello biologico da specie a specie. Non mancano i controlli sanitari ma, dato l’enorme numero di capi, i controlli non vengono eseguiti singolarmente ma a campione, per cui non costituiscono una garanzia certa contro un’eventuale epidemia. Solo nello scorso anno, in alcune parti del pianeta terra, sono stati uccisi e bruciati milioni e milioni di maiali infetti da peste suina.
Nei mattatoi, nelle industrie connesse, nel consumo di carne di animali infetti avviene, poi, un successivo contagio, quello del salto di specie del virus dall’animale all’uomo, lo spillover, già responsabile in passato di altre malattie di origine animale, dette zoosi.
Sì, perché questo virus, già preannunciato nel 2012, dall’americano David Quammen, nel suo libro Spillover, non è il primo agente zoonotico ad averci colpiti e non sarà certamente l’ultimo. Tuttavia, come se niente fosse, gli allevamenti intensivi e tutto l’indotto collegato continuano a proliferare e a produrre ogni giorno a ritmo incessante per soddisfare una domanda di consumo che cresce a ritmi ancor più veloci e pressanti di quelli della produzione. Nel 2014, secondo le statistiche della FAO, in tutto il mondo sono state consumate 312 milioni di tonnellate di carne per una media annua di 43 kg per abitante.
In questa domanda planetaria c’è la richiesta di tutti noi e di ciascuno, che, in quanto uno, è convinto di non avere nulla a che spartire con questo problema e col suo meccanismo. È solo una convinzione di comodo o di inerzia mentale.
La verità è che la carne, sulle nostre tavole, ha sostituito il pane, quello che viene invocato a Dio come dono quotidiano nel Padre Nostro. Ci sfugge questo e ci sfugge anche il fatto che la carne ha sostituito il pane non per volontà d’altri o per caso, ma per nostra volontà e scelta, a caro prezzo pure, considerato quanto è accaduto e quanto sta accadendo.
Sembra impossibile che un solo individuo possa cambiare il mondo nel bene e nel male, eppure è cosi.
Il battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo e un sassolino gettato nel mare sconvolge tutte le acque dell’oceano. Sembra assurdo ma è vero.
Oltre ai fatti c’è anche la natura che, con il suo linguaggio, risponde al nostro interrogativo: Perché il male e la sofferenza… perché tutto questo?
Questa domanda, però, non va fatta a Dio.
Dio non c‘entra nulla con il male e la sofferenza che ci hanno colpiti.
La risposta è solo nelle nostre scelte e nei nostri comportamenti.
Abbiamo rotto un equilibrio e siamo chiamati a ricomporlo.
Certo, è umano e di conforto rivolgerci a Lui e chiedergli che ci aiuti e ci dia la forza di superare questo momento, ma nella consapevolezza che dobbiamo essere noi, con la nostra volontà, a dare una dritta più giusta e più vera alla nostra vita, magari assumendo abitudini più oculate e responsabili e attuando comportamenti più in armonia con tutto il creato.
Dio nella sua bontà, anche attraverso il male e nella sofferenza, ci aiuterà a trovare la via verso il bene, a patto, come già detto, che ciascuno di noi lo voglia e si adoperi in prima persona. 

Sto scrivendo sul tavolo da cucina

So scrivendo sul tavolo da cucina come ero solita da bambina quando la vicinanza di mia madre, il suo affaccendarsi, gli odori di sempre e di ogni giorno erano per me la normalità e mi facevano sentire più protetta. Mi sono messa qui perché, strappata alla normalità di ogni giorno, mai come ora ho sentito il bisogno di un appiglio alla mia fragilità. Ora ho conosciuto quello che sapevo. Ora so che non basta sapere se non si sperimenta.
Quante lezioni imparate, discusse, ripetute a memoria hanno arricchito solo il nostro bagaglio nozionistico. Sì, perché sapere qualcosa non equivale a conoscere, e conoscere vuol dire sperimentare, vuol dire cogliere le ragioni profonde, capire, condividere, interiorizzare e farne pratica di vita. Dio ci ama, dobbiamo amare il prossimo,  non dobbiamo fare del male  quante volte lo abbiamo ripetuto con le labbra e quasi mai come verità interiorizzata e sperimentata? Quante volte abbiamo addebitato a Dio che ama le ragioni del nostro dolore, di quel dolore che chiamiamo male. Perché allora il male.
Oggi, in questa situazione di estremo scoforto e disagio, in questo momento in cui la comunità umana, tutta, è messa drammaticamente difronte a tutti i suoi limiti, in cui al problema della pandemia covid si affianca con la stessa drammaticità se non maggiore il problema economico dell’andamento delle borse, oggi quelle nozioni apprese sull’amore, sulla solidarietà, cominciano a caricarsi di un sapere sofferto. Dio è Amore, l’ Amore  è Armonia, L’Armonia è equilibrio.  La pandemia è il risultato di uno squilibrio che certo non ha provocato Dio. Non è forse l’opera dell’uomo che ha rotto l’equilibrio tra il sé e gli altri, tra l’utile individuale e quello collettivo?

La più grande e la più bella storia d'amore

Leggere il Vangelo cambia la visione del mondo e della vita. Ne sono più che convinta oggi, con tanti anni di esperienza alle spalle che mi consentono di cogliere un rapporto più concreto e inoppugnabile tra il testo evangelico e la vita quotidiana. Al di là delle tante disquisizioni critiche, se volessimo riassumere i Vangeli in una sola parola che li unifichi in modo inconfutabile, questa parola è sicuramente Amore. Se, poi, ci fermiamo un attimo a riflettere sulla nostra vita e su quella altrui, cogliamo un solo dato che ci unifica tutti, senza alcuna eccezione: il bisogno di amare e di essere amati. E se, ancora, volessimo cogliere un dato unificante Dio e gli uomini, ancora una volta è l’Amore, il denominatore comune, il solo capace di ricomporre i due termini in una totalità assoluta. Non a caso qualcuno ha definito la Matematica il linguaggio di Dio. Sta di fatto che i testi evangelici non solo testimoniano l’Amore come Essenza in Dio e come anelito negli uomini, ma testimoniano anche l’incessante ricerca, da parte di Dio e da parte degli uomini, di ricomporre, mediante questo loro denominatore comune, quell’unità infranta nella Genesi. Nel primo racconto di Luca (8,26-38), noto come Annunciazione a Maria, è Dio a chiederla alla creatura, nel secondo (15,11-32), noto come Il figliol prodigo, è la creatura a chiederla al Padre.
Quello dell’Annunciazione a Maria, evento che nel calendario cristiano si commemora il 25 marzo, è uno dei passi più toccanti del Vangelo. Dio, l’Onnipotente, chiede all’uomo la ricomposizione dell’Alleanza con una umiltà che disorienta.
Il racconto, seppure essenziale e scarno, si dilata in una pregnanza di significato e si carica di una valenza evocativa che disorienta ed affascina.
Solo due creature, l’Angelo e Maria, ma chi permea di sé tutto lo spazio e parla nella continuità del suo silenzio è Lui, Dio, l’Onnipotente, l’Onnisciente, l’Onnipresente, che, pur essendo fuori dalla scena, vi aleggia nella trepidazione dell’attesa.  L’umiltà di Dio e la fragilità della sua creatura costituiscono in questo passo il pilastro su cui l’Amore ricostruisce l’unità perduta.
È il sovvertimento d’ogni logica corrente!
L’Onnipotente, Colui che tutto può, si piega dinanzi alla fragile fanciulla e le chiede il fiat con i modi e le parole toccanti di una dichiarazione d’Amore.
Glielo chiede tramite un emissario, con una tenerezza che commuove, e attende in disparte. Attende e, nel silenzio dell’attesa, Lui, l’Eterno, entra nel tempo e si fa uomo tra gli uomini.
Il Divino e l’umano si congiungono.
Quale sintesi d’amore più vera e più totale!
Capisci allora che la nostra è anche la Sua sofferenza, che l’amore è vita ed è pienezza, che solo Lui, l’Amore, è capace di scrivere la più bella e la più grande storia d’amore d’ogni tempo. 

La mia Pasqua

A volte non fa male fermarsi a riflettere su alcune verità o consuetudini che si danno per scontate. Mi capitava prima e mi capita molto più spesso adesso in cui mi sento più incline a fare i conti con me stessa e con la vita. Quando ero piccola mi piaceva tanto recitare ai piedi del letto la preghiera all’angelo custode. Mia madre me la sillabava ma io ero solita aggiungere alle parole che mi venivano dettate anche di mio. Lo chiamavo per nome e cognome, Angelo Custode, poi gli parlavo e gli raccontavo di tutto e di più.  Era per me un amico, il mio amico. A volte, durante la giornata, giocavo con lui. Docile e silenzioso, mi stava sempre accanto ed io la sentivo la sua vicinanza, a volte anche il suo respiro. Quando divenni madre quella preghiera la insegnai ai miei figli e loro la recitavano con lo stesso abbandono e la stessa confidenza con cui la recitavo io da bambina e, come me da bambina, anche loro si addormentavano tranquilli e sicuri che lui, l’amico loro, li avrebbe protetti sempre e comunque. Ma per me la magia di quel rapporto era ormai solo un ricordo nostalgico. Con gli anni la mia fede, divenuta più adulta per luogo comune, mi allontanò da lui. Pregavo. Ho sempre continuato a pregare non più lui, il mio angelo custode, ma solo il Buon Dio. Recitavo preghiere, tante preghiere di ringraziamento e di aiuto nei momenti belli e brutti della mia vita ma, devo confessarlo, quel sollievo provato durante e dopo quella preghierina della mia infanzia non riuscii mai più a trovarlo. E pure le mie preghiere e il mio modo di pregare erano correttissimi, non facevano una grinza, molto più corretti di quell’angelo custode a cui aggiungevo confidenzialmente anche di mio. Il testo delle mie preghiere era quello canonico, il cerimoniale pure. Croce, genuflessione, colpi al petto e raccoglimento, che si traduceva, quest’ultimo, in silenzio, capo chino e niente distrazione. Ma, nonostante la ferrea osservanza delle regole, le preghiere non mi procuravano il beneficio di quella mia prima preghiera. Il buon Dio rimaneva distante da me. Mi arrovellavo e, nella ricerca di un perché, mi sentivo insidiare dal freddo di una crisi di fede. Nella paura di quel freddo, mi legai ancor più alla mia famiglia, ai miei figli, ai miei cari, ma non abbandonai la preghiera, quella recitata come rituale, nel rispetto e nell’osservanza di un protocollo adulto.
Poi venne quel giorno… Un giorno in cui il dolore mi colse più impreparata che mai.
Avevo conosciuto la perdita di persone care. Avevo provato e fatto i conti con il dolore, quello lacerante e ingestibile, ma quella volta il dolore per me fu più straziante. Chiusa nel silenzio della mia camera alzai lo sguardo a Lui, a Dio, e con aria di sfida gli gridai: - Dove stai? Dimmi, dove stai?... -  e, nell’attesa di una risposta, scoppiai a piangere. Il tepore delle lacrime, che mi scorrevano dal petto e sul volto, e la pietà del silenzio amico mi sciolsero la tensione in una confidenza intima con Lui.
- Lo vedi come sono ridotta… - gli sussurrai - ho perso tutto… non ho più nulla… -
Mi strinsi la testa tra le mani e, senza più voce né forza, gli parlai senza aprire bocca. Gli parlai delle persone che avevo amato, che amavo ancora e che avevo perso. Gli parlai di me, di loro, dei momenti vissuti insieme a loro, delle gioie, dei dolori, dei sogni, delle speranze, delle attese.
- Sono ancora vivi qui… qui dentro… - gli dissi battendomi il petto – Di qui tu non potrai mai togliermeli… Sono parte di me… Senza di loro non starei qui con te! -
Sussurrai queste ultime parole, con il trasporto e la confidenza di un’antica preghiera e, in quell’abbandono gli ripetei:
-  Senza di loro non starei qui con te!... –  
Fu istantaneo. Come in un lampo, mi fermai a riflettere su quello che avevo detto. Dunque, chi non c’era più mi aveva portata a lui… E io?… Dove ero io?... Io ero lì, con Lui.
Lo percepii d’istinto, come mai l’avevo percepito.
Per la prima volta me lo sentii accanto con la stessa consapevolezza e intimità con cui tanti e tanti anni addietro sentivo la vicinanza di quell’angelo amico. Me lo sentii amico e padre come mai lo avevo sentito.
Mi abbandonai a Lui e piansi e il mio pianto non sapeva di disperazione.
Lo avevo trovato, il mio Dio, nella preghiera dell’abbandono, nel dolore e nella gioia della mia Pasqua.  

A te, Pellegrino di Pace

Mai… non avrei mai potuto immaginare di vivere uno dei momenti più intensi ed esaltanti della nostra storia… un momento di sinergia coagulante tra i grandi della politica e un grande della fede… Tu, Grande tra i grandi della terra, pellegrino, privo di insegne e di alabarde, nell’umile veste della quotidianità, li hai raggiunti, affaticato e claudicante… Li hai raggiunti per unirti e unirli a te nel progetto di pace a tutela non di una parte ma dell’ intera umanità minacciata non solo dai mali di sempre ma, soprattutto oggi, dalla galoppante tecnologia… 
Hai evocato per te stesso e per gli altri i due capisaldi da cui partire e a cui attenersi: Etica e Responsabilità…valori al di là e al di sopra d’ogni interesse di parte.  Superando gli atavici confini delle proprie competenze, Tu e i membri del tg7, in questo incontro, avete segnato ufficialmente, per la prima volta nella storia dell’umanità, un ascolto sinergico nei
riguardi di un progetto di sintesi operativa convergente verso il comune intento del bene e della pace dell’umanità intera.
Mi hai commossa… Mi sono commossa nel vedere te e i Grandi della terra stringerti la mano, salutarti con affetto e unirsi nell’ascolto delle tue parole sui pericoli della intelligenza artificiale… sul progetto di pace. Mi ha commossa il contrasto tra la tua fragilità, simile a quella di un bambino che ha bisogno di un sostegno per muoversi, e la tua volontà granitica di combattente.  Mi hanno commossa le tue parole…  mi ha commossa la tua fragilità maestosa… mi ha commossa la tua ondata d’amore…
Grazie, Padre, grazie. 

Quella notte

Il Natalecelebra la vita e il rinnovamento dell'umanitànella dimensione universale dell'Amore, Amore come dono di sé, come energia vivificatrice che dà impulso al rinnovamento perenne della vita.
Il Presepe nelle nostre case vuole ricordarci questo, vuole testimoniarci, con la presenza del Bambino, che l'umanità si è rinnovata con un atto di amore ed è in cammino verso una vita rigeneratrice e vivificatrice sempre più nuova, sempre più vera.
Ho pensato che sarebbe proprio bello se in dicembre, a casa mia, questo messaggio venisse testimoniato anche dalla presenza dell'albero accanto al Presepe. Così, con rami secchi, fiori di carta e luci, ho costruito un albero di ... pesco. Ho pensato al pesco perché, oltre ad essere l'albero della nostra terra, insieme al mandorlo esso è il messaggero  ante litteram della vita nel grigiore invernale. Gli basta un po' di sole distratto e passeggero, perché faccia dono all'umanità della sua testimonianza di vita vestendosi dei colori degli angeli nella gamme più tenere.
Quando per la prima volta si accesero le luci nella corolla rosea dei fiori, provai una sensazione di stupore che mi ispirò immagini e versi ingenui e poveri ma dal sapore di magie infantili:

Quella notte

Nell'aria c'era un fremito d'amore
in quella notte scura e silenziosa.
D'ogni creatura crepitava il core
nell'ansia dell'attesa misteriosa.

Presso la grotta il pesco infreddolito
i rami senza foglie al ciel tendeva.
Scendeva il gelo e il tronco rinsecchito
per vero di morire s'attendeva.

Un debole vagito all'improvviso
ruppe il silenzio in quella lunga notte.
Il cielo palpitò e dal Paradiso
Gli angeli in festa discesero a frotte.

- E' nato ... è nato il nostro Redentore ...
Sia pace in terra - cantavano in coro -
Tra gli uomini egli porta tanto amore ...
in lui chi soffre troverà ristoro ... -

Un angioletto timido dal cielo
al pesco si impigliò, più non volava.
- Aiutami, ti prego, lascia il velo ...
Voglio vedere il bimbo - lo pregava.

Il pesco moribondo e infreddolito,
commosso, a Dio una preghiera volse:
- Prima che questo tronco sia appassito
fa' che io l'aiuti ... - crepitò e si torse.

Si torse forte e l'adagiò sull'erba.
Non pianse più, sorrise l'angioletto
e al brivido d'amor la scorza acerba
di fiori si coprì e fu benedetto.

Il fascino del Natale

Il fascino del Natale è dato da quell'atmosfera di intensa magia che lo circonda. È la magia del divino e del profano, dell'amore e della vita, del passato e del presente che si fondono in una sintesi mirabile. Lo so. Il Natale non è solo magia. Nel mondo c'è gioia e sofferenza, ricchezza e povertà il cui divario, in questi giorni, diventa più doloroso e disumano. Ma quella di cui parlo è una magia che non conosce sofferenze e non le fa, che non divide, non accentua i divari ma unifica e appiana, una magia pronta a coinvolgere tutti, quella che parla al cuore e viene dal cuore.
È la magia del miracolo che si rinnova nelle famiglie, il miracolo degli affetti lontani che si ricongiungono, di quelli perduti che si ritrovano, della presenze care che emergono dal passato, delle voci, dei sussurri che il ricordo ci restituisce e che ci esortano a non piangere, perchhé loro, sempre vivi, in questi giorni tornano a noi come una melodia che vive e torna a vivere ogni volta che tu la canti.
Gli steccati sensoriali cadono e t'accorgi che l'esserci e il non esserci è nella tua scelta percettiva. E risenti quei passi, quel sospiro, quella voce, quel silenzio, quel guizzo di fiamma nel camino acceso. Allora diventa prepotente la voglia di unirli a te e unirti a loro nella realtà del presente. Chiudi gli occhi e risenti il tepore di quel sorriso, di quella carezza, di quel bacio e il tuo cuore piange e ride come un bambino e tu, bambino tra i bambini, restituito agli affetti perduti, in un adesso senza tempo, ricostruisci il tuo presepe, il loro presepe, con un bacio, una carezza, un rcordo, una promessa ...
Questo del Natale è il dono più grande e più bello, un dono che, tradotto in una sola parola, si chiama Amore. Amore che illumina e si dilata, Amore che dà vita e genera vita, Amore che unifica e che ama, Amore che, nella sua magia, ci riporta un po' tutti bambini in quella notte.
Quella notte di Natale in cui Lui è venuto a darci una mano, per riportarci al senso vero dell'amore perduto. È venuto a guidarci col suo vincastro:  Io sono la via, la verità, la vita. A esortarci:  amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi . È venuto ad amarci fino all'olocausto, fino alla morte per la vita. Sì, perché il suo amore non è una pulsione emotiva, circoscritta nella sfera dei sentimenti, il suo amore è azione, è donazione di se stesso.
Nell'umiltà e nella povertà di tutti i beni terreni, piccolo tra i piccoli, gigante solo nell'amore, torna a prenderci per mano. Ricordiamocelo, soprattutto nei giorni in cui il consumismo e le convenienze mondane insidiano e deformano il senso e l'essenza stessa della vita. Lui non si è donato per dovere o per convenienza. Il suo non è n prestito, ma un dono senza condizioni. Certo, pochi eletti sono stati e sono capaci di tanto ma anche una parola, un bacio, una carezza possono essere un dono inestimabile, un dono che ti conforta, ti riscalda e ti dà vita. Inaspettatamente lo ricevetti io tanti anni addietro, un dono che,, nel dolore, mi ha dato e mi dà, ancora oggi, la forza di andare avanti confortata dall'amore.
Accadde tanti anni fa. In quei giorni la casa, un tempo piena di lei, della sua voce, del suo canto, dei suoi sorrisi, degli aromi del suo cucinato, in quei giorni era sepolta nel silenzio e nella paura di un'attesa a cui non ero e non sarei mai stata preparata. Lei, mia madre, a letto, colpita da un insulto cerebrale, non parlava, non si muoveva, non dava più alcun segno di vita ma respirava.  Se respira - mi dicevo -  è viva , e in questa certerzza cercavo conforto. Spesso mi sedevo accanto al suo letto e le parlavo. Le parlavo del mio lavoro a scuola, dei suoi nipotini, della quotidianità, così ero solita fare quando lei sfaccendava tra i fornelli.
Quella vigilia di Natale eravamo sole. Lei nel suo abbandono, io nell'angoscia del mio dolore. Cosa non avrei dato per un suo bacio, una sua carezza! Mi sentivo povera e indifesa proprio come quando, da bambina, la cercavo. Piegai il capo sul suo petto e piansi. Non so per quanto ma ricordo, ogni volta e sempre, con la stessa intensità e commozione di allora, quello che accadde. Sentii la sua mano tra i miei capelli e la sua voce biascicare le note disarticolate di un'antica canzone, quella che mi cantava per asciugarmi le lcrime, quand'ero bambina. Povera di tutto, più inerme e sola di me, mi faceva, ancora una volta, il dono inestimabile del suo amore.
Non so se lo avesse fatto coscientemente ma lo aveva fatto. Fu, per me, il suo ultimo dono, il più bello, il più grande che io abbia mai ricevuto. Quello che ancora oggi mi unisce a lei, mi conforta e mi fa dire, in piena consapevolezza, che l'amore è l'unica e vera essenza della vita.


Caro, benedetto Natale! ...

Anche quest'anno, come da consuetudine, il Natale è tornato a noi nella sua veste rutilante di luci e di colori, di nastri e di doni, molti dei quali rigorosamente inutili. L'inutile, per alcuni e non pochi, sembra essere il criterio predominante nella scelta di un regalo, l'unico 'bene' di cui si senta veramente la mancanza. Per i più questo è segno di una società opulenta o, comunque, di una parte della società a cui non manca certo il superfluo.
Ci sarebbe da essere veramente soddisfatti se non fosse che si vanno smarrendo altri criteri ... quelli più sentiti e autentici, quelli che riscaldano il cuore e confortano l'anima, quelli che hanno le loro radici nell'amore e nella sollecitudine attenta, criteri che non obbediscono al dovere o alla consuetudine e che intessono solide reti di affetti e non di relazioni  che convengono .
Il dono, quello della mia antica infanzia, era tutto questo ... era un atto d'amore che a volte, per colpa dei tempi e non certo del cuore, rimaneva allo stadio larvale di una promessa che si rimandava all'altro Natale. Eppure anche il niente di quella promessa non amntenuta diventava un dono, il dono di una speranza che ci accompagnava fino all'altro Natale quando tutta la famiglia, riunita nella intimità degli affetti mpiù cari, tornava a rivivere il suo momento magico con il Bambinello nel presepe.
La sera, nel silenzio scandito dai numeri della tombola e dallo scoppiettio delle castagne nel camino, i sogni si rincorrevano e sognavano ache i pastori, nel piccolo presepe di scogli e muschio, rapiti dalla magia di quei momenti. Allora sognavo anch'io e non avrei mai sospettato di provare nostalgia per quel niente, né tanto meno, a distanza di tanti anni, di confessare a me stess che ero felice ma ... non lo sapevo.

Luce oltre le tenebre

Nessuna guerra mai, nessun disastro, nessuna pandenia ha mai coinvolto per intero tutto il mondo come ha fatto e sta facendo oggi il covid19. Mai, in maniera così totalizzante, l'umanità. sopraffatta dall'amgoscia edalla paura, ha interiorizzato come dato di fatto i suoi limiti e la sua fragilità. Nessuno escluso. Neppure i bambini, strappati ai loro giochi a frotte, neppure i ragazzi e i giovani, separati tra loro, allontanati dai luoghi di aggregazione, persino dai banchi di scuola.
Mai come ora, tutti, andiamo alla ricerca di uno spiraglio di luce che ci porti a quel bene che abbiamo perduto e di cui non eravamo soddisfatti o di cui nn abbiamo saputo cogliere i benefici. È difficile soprattutto per noi adulti guardare innanzi. Eppure, inanzi a noi c'è una luce che brilla oltre la paura. Una luce in cui ragione e fede, ogni anno, annunciano e mantengono la loro promessa di riscatto dalle tenebre.
È la luce del solstizio e del Natale, due eventi straordinari che, a distanza di qualche giorno l'uno dall'altro, 21/22 dicembre l'uno, 25 dicembre l'altro, pur appartenenti a sfere diverse, l'uno a quella scientifico-razionale, l'altro a quello della fede, entrambi annunciano l'avvento di un risveglio, di una vita nuova. Questo messaggio, in natura, si invera ogni anno a dissipare il gelo dell'inverno e, nella vita di ciascuno di noi, a dissipare le tenebre che ci avvolgono.
Questa pandemia, abbattendo le nostre presunte certezze, compresa quella di essere padroni del creato, e mettendo a nudo tutta la nostra fragilità e tuta la nostra impotenza, nel buio delle sue tenebre, ci aprirà sicuramente ad una vita nuova in cui ci sarà più spazio per il vero e per il buono. Sfrondato degli orpelli consumistici, dell'inutile e del vacuo, questo Natale si illuminerà ancor più del suo valore autentico, quello di una povertà non riferita all'indigenza di beni materiali, ma alla privazione del male. Una povertà ricca d'amore da vivere e da condividere non solo con l'umanità intera ma con tutto il creato con il quale, noi uomini, condividiamo l'origine divina.
Non è un auspicio. È una certezza, e con questa certezza, a tutto il mondo: buona rinascita ... buon Natale ...

Caro Papa Francesco

Ti scrivo con la confidenza di una coetanea e con l'affetto di una figlia, di una sorella, di una madre. Mi chiamo Maria e sono cristiana, dico cristiana e non cristiana cattolica, protestante, ortodossa ... Sono semplicemente cristiana perché io credo in Cristo e nella sua parola. Il mio punto di riferimento è Lui e solo Lui, non le varie interpretazioni, compresa la cattolica, che hanno creato smembramenti, divisioni, contrapposizioni, proprio in nome della Sua parola che è amore e soltanto amore. Che dire poi dei precetti e delle osservanze liturgiche che si collocano in posizione preminente rispetto alla pratica e all'esercizio della caritas? Voglio riferirmi in modo particolare al sacramento della comunione.
Nell'ultima cena evangelica a tavola con il Maestro sedeva anche Giuda che lo aveva venduto e manche Pietro che lo avrebbe rinnegato. Gesù lo sapeva e, quando offrì il pane e il vino disse: prendetene tutti, e a tutti diede il pane e il vino. Non disse a te sì, a te no. Come sarebbe più bello e più vero se anche in Chiesa il sacerdote offrisse a tutti quelli che lo vogliono, con amore e senza alcuna discriminazione, il pane eucaristico, indipendentemente dallo stato di grazia sancito dalla confessione e se mai infranto subito. Tu stesso non fai che ripetere in aderenza al Vangelo: Dio ama tutti, Dio perdona sempre e tutti. Perché l'uomo si arroga il diritto di giudicare? Anche tu, in aderenza al Vangelo, nn fai che ripetere che musulmani, cattolici, protestanti, atei siamo tutti figli di Dio e lui ci aspetta tutti.
Lui è il padre che non cacciò il figliol prodigo, non lo diseredò, non lo punì né lo sottopose a un cammino obbligato di redenzione ma attese, attese che maturasse in coscienza e consapevolezza, che tornasse a Lui senza coercizione e, quando tornò non lo perdonò, non aveva nulla da perdonargli perché non aveva mai cessato di amarlo. Lo accolse il figlio con tanta gratitudine per essere tornato, quasi sentendosi in debito verso di lui.
Dando il pane eucaristico a tuti si celebrerebbe veramente la comunione di tutti noi, fratelli in Cristo! Il rapporto tra l'uomo e Dio è soprattutto un fatto intimo e privato. Mi fa tanto male vedere noi fratelli dividerci in buoni e cattivi proprio nel momento in cui dovrebbe celebrarsi il trinfo dell'amore, della misericordia. Dando a tutti il diritto di partecipare alla mensa divina non solo si renderebbe il senso vero della Parola ma si risolverebbero in sostanza tanti problemi la cui soluzione viene ostacolata solo da norme codificate dagli uomini e per ciò stesso rivedibili. Lo so, ci vorrebbero molte ostie (permettimi la battuta) ma sai come sarebbe bello avvcinarsi all'ostia senza l'orgoglio per alcuni di essere accettati, perché i migliori, e la vergogna per altri d'essere rifiutati perché indegni?
Nell'avvicinarsi coralmente all'eucaristia, separati, divorziati, gay, buoni e cattivi, uniti tutti dall'offerta amorosa del pane eucaristico, allora sì che ci sentiremmo tutti fratelli e figli di Dio misericordioso. Se Tu ritieni che sia giusto, con il coraggio e l'amore che hai sempre mostrato, attua una svolta decisiva, libera la Parola dalla zavorra che le impedisce di volare alto.
Con affetto

La preghiera

Cosa è la preghiera ... Cosa vuol dire pregare? La preghiera è la richiesta di qualcosa oppure è altro? Come si prega? C'è un solo modo di pregare oppure si piò pregare in tanti modi? Quante volte me lo sono chiesto e quante volte mi sono fermata a riflettere sul suo significato e sul suo valore. La preghiera rivolta a Dio è quella stessa che rivolgiamo a noi uomini? Pregare Dio e pregare gli uomini ha lo stesso valore semantico? Certo che no. Nell'accezione del rapporto umano pregare ha il significato di chiedere all'altro, anche insstentemente, un qualcosa a cui teniamo ... tante volte anche in cambio di una contropartita ma ... nel rapporto con Dio la preghiera non ha e non può avere questa accezione.
Se la preghiera fosse solo una richiesta per ottenere, un modo per pilotare o per piegare la volontà di Dio sarebbe in totale negazione con il Dio Amore. Se Dio è onniscienza, se Dio è Amore, non ha bisogno di spinte ulteriori, di essere impietosito per esercitare il suo Amore. Se Dio è vita, verità e amore lo è non solo per chi crede ma anche per chi non crede in Lui ... non solo per i buoni ma anche e soprattutto per i peccatori ... Basti pensare alla parabola evangelica del pastore che lascia le cento pecore per andare alla ricerca di quella smarrita.
Più volte e ripetutamente Papa Francesco ci invita a non ridurre la nostra preghera a formule passive di rito, mnemoniche e convenzionali, ad atteggiamenti meccanici e consuetudinari, a non ridurre la preghiera a semplice richiesta, meno che mai ad un patto di scambio quale  se tu mi esaudisci, ti prometto che farò ... ti darò ... No, la preghiera non è questa ... La preghiera è entrare in comunione con Dio ... Il nstro credo non può né deve ridursi ad una adesione passiva, ad atteggiamenti consuetudinari, a formule mnemoniche e convenzionali. La preghiera, come legame di fede, non è solo il legame che unisce l'uomo a Dio ma anche il legame che unisce tutto l'universo a Dio. Tutto il creato è legato a Dio in preghiera, intesa come abbandono e fiducia.
Parto dalla ferma convinzione che tra fede e ragione non solo non c'è incompatibilità ma che ci sia perfetta compatibilità. Se ci fermassimo a riflettere su alcune verità di fede e di scienza, non potremmo fare a meno di cogliere una stretta concomitanza che ci porta ad ipotizzare un'unica origine del tutto, una origine che per lo scienziato è un quantum, per un uomo di fede è dio, origine del tutto, anche della ragione, intesa come via attraverso cui giungere al vero. Se anche la ragione è figlia di dio ne consegue che fede e ragione, se esercitate correttamente come strumento di ricerca e di indagine non possono collidere tra loro. Per mia intuizione sono convinta che tutte le leggi che regolano l'universo facciano capo a un'unica legge apicale. Questo è quanto sostiene la fede e quanto, oggi, sostiene scientificamente anche la fisica quantistica. All'apice c'è una energia che regola l'universo, una forza che impedisce ai corpi, nel loro movimento vorticoso, d'essere proiettati fuori dalla loro orbita e alla vita del pianeta terra di estinguersi. Un'energia che attrae, che unisce, governa e dà vita. Un'energia fonte di vita. Una energia che è  una e solo una nella molteplicità delle sue funzioni. Comunque la si definisca, forza di attrazione, di gravità o amore, è sempre e solo una. Attrae, unisce, governa e dà vita.
Partendo dalla consapevolezza che, se così non fosse, regnerebbe il caos, ne consegue che anche le leggi che regolano la vita umana devono procedere in armoia con la medesima legge apicale. Come l'universo cosmico, anche quello umano, in sintesi fisiologica con quello cosmico, è governato dalla stessa legge di equilibrio che, se ferito, genera sconvolgimenti e dolore, dolore che, legato alla legge cosmica dell'Amore, non è punizione fine a se stessa, ma il male necessario e provvidenziale per ristabilire l'equilibrio, la pace, la serenità perduta. Forse che non sentiamo parlare sempre più spesso di equilibrio, e di sintonia ecumenica tra l'uomo e il nostro pianeta terra? Le leggi ecumeniche non possono essere in contrasto tra loro, non possono dividersi in leggi fisiche e leggi umane. Il nostro pianeta ci viene dato in commodato d'uso ... si offere gratuitamente a noi ... Questo non è forse amore? E non è amore anche l'anelito perenne dell'uomo? Solo se c'è Amore e nell'universo c'è armonia, c'è vita. Ne consegue che il compendio di ogni imperativo, sia laico che religioso, dovrebbe sintetizzarsi in un'unica comune parola: Amore. Il credente e il miscredente dovrebbero ritrovarsi in un unico principio unificatore cui tendere e a cui ispirarsi nella pratica del vivere sia per fede che per ragione.
Sono fermamente convinta che la fede non può collidere con la ragione e la ragione non può essere in contrasto con la fede. Amore non è un principio, è un'energia cosmica che appartiene a tutti, credenti e non credenti. Determina le leggi e gli equilibri non solo tra gli esseri che definiamo animati ma anche tra quelli che riteniamo non animati. Considerandoli separatamente e connotandoli con temini lessicali diversi, abbiamo dato corpo all'equivoco che si tratti di due realtà distinte e, quindi, separate. In realtà, questa energia cosmica, sia che la si chiami amore, sia che la si chiami forza gravitazionale, dal momento che esercita la stessa funzione, quella di attrarre, di aggregare, di unificare, di stabilizzare e armonizzare, mi pare giusto supporre che si tratti di un'unica energia.
Il mondo, il creato, in tutte le sue parti fisiche e umane, è uno e la legge apicale che lo governa non può che essere una e una sola. Tutti i processi che riguardano il mondo animato e quello non animato, nella loro molteplicità hanno una sola fonte prima, un solo principio unificatore di cui fanno parte, da cui provengono, e verso cui tendono in un processo circolare senza fine. Dovremmo superare l'idea di una linearità assoluta. Se partiamo, ifatti, da un punto e procediamo sempre diritti, cme aveva giustamente intuito e sperimentato Cristoforo Colombo, finiremo col ritornare al punto di partenza per cui, procedendo sempre in linea retta, si fa per dire, avremmo percorso non uno spazio rettilineo ma circolare e rettilineo. Se è vero poi che il tempo e la spazio sono strettamente legati tra loro, se è vero che non può esserci spazio senza tempo né tempo senza spazio, ne consegue che, se lo spazio è circolare, anche il tempo dovrebbe essere circolare. Si obietterà che questo può essere vero per noi terrestri ma che è legittimo dubitare che no lo sia per tutti i mandi dell'intero universo. Rifacendomi all'assunto iniziale, rispondo per intuizione che se le diversità non obbedissero ad un unico principio unificatore, prima o poi, colliderebbero tra loro determinando distruzione e caos. Solo un principio consapevole e intelligente, un logos, un'idea d'amore e di concordia piò generare vita in un processo perenne come perenne è la circolarità infinita del suo essere.
Mi entusiasmano e mi affascinano le discussion, le ricerche e le scoperte della fisica/meccanica quantistica perché aprono scenari insospettati e danno il loro apporto ad alcuni dubbi su cui si arrovellano e si soo arrovellati da millenni uomini di pensiero e di scienza. La scoperta del fotone, un  quantum di energia elettromagnetica, comprovato scientificamente, da cui ha origine la vita, mi riporta alla genesi biblica, a Dio. Amore, Luce e Vita sono energia pura e Dio è Puro Spirito, Pura energia vivificante. Da Dio veniamo e a Dio tendiamo in un moto perenne di espansione e contrazione di spazio e tempo in un eterno presente.
Eppure, c è difficle pensare a Dio come Puro spirito. Ci viene naturale e più logico immaginarcelo con le nostre stesse fattezze umane. Se, però, consideriamo chi il nostro Dio è Dio di tutto il Creato, è giusto supporre che ogni essere del mondo animale, vegetale, minerale, se potesse dargli un volto, gli darebbe il suo volto che risulterebbe diverso da quello degli altri. Ma Dio è Uno e la sua unicità non sta nella mutevolezza ma nel suo essere quello che è oggi e sempre per l'intero universo, nell'essere Puro Spirito, nell'essere Energia Pura, nell'essere Amore energia creatrice e unificante.
Per Sant'Agostino fede e ragione non possono prescindere l'una dall'altra, strettamente legate tra loro sono facce diverse ma non separate del rapporto ermeneutico dell'uomo con Dio.