Da giorni mi ero ripromessa di ritornare al Centro Solari che, avevo saputo, cominciava a popolarsi di ospiti con il ritmo fisiologico di un organismo in buona salute. Che l'ambiente fosse ospitale e caldo come un abbraccio lo percepìi appena varcata la soglia del grande salone di ingresso. Quella prima volta don Franco Blasi, sostenitore e direttore dell'Opera, mi accompagnò in una visita a tutto il complesso rilevato dalla Diocesi e ristrutturato per il ripristino della sua attività, quella di casa di riposo per anziani, amorevolmente detta anche Focolare. L'impatto fu tra i più gradevoli e rasserenanti. In un'atmosfera di tranquillità e di ordine incontrai un personale sorridente e cordiale e il primo grappolo di ospiti accrocchiati in un salottino presso l'ampia vetrata del salone. Qualcuno discuteva, qualcuna sferruzzava, qualcuno sfogliava un quotidiano, qualche altro taceva. Ci intratteremo un po' con loro. Pareva che tutti abbiano qualcosa in serbo da comunicare o da chiedere a don Franco. Erano sereni ea loro agio, come lo si può essere a casa propria.
Ci accomiatammo accompagnati dal calore dei loro saluti e proseguimmo la nostra visita. Visitai alcune stanze ancora libere. Tutte con finestre aperte sul verde, inondate di luce, linde, arredate con decoro, fornite di bagno con doccia e telefono in camera. Era l'ora del riassetto. Lungo il corridoio si spandeva un odore fresco di lindore e di pulito. Un ospite anziano veniva accompagnato da un volontario nella sua passeggiatina mattutina, il passato e il futuro insieme nel presente.
Quella mattina nell'ampia sala di ricreazione non c'era ancora nessuno. Dopo le pulizie gli ospiti che avrebbero voluto avrebbero potuto dedicarsi alla lettura di uno dei tanti libri della biblioteca o avrebbero potuto vedere la televisione o giocare a carte oppure esercitarsi ad uno degli attrezzi ginnici. In cucina c'era ancora tramestìo di stoviglie. Si riordinavano i tavoli appena liberati dopo la colazione e si apparecchiavano per il pranzo. C'era esposto il menu settimanale e, accanto, quello personalizzato per i commensali affetti da specifiche patologie. Il tutto su prescrizione del medico curante e del dietologo della Casa. La sala da pranzo, ampia, era sistemata ed arredata con la stessa cura con cui una padrona di casa cerca di realizzare per i suoi cari conforto e benessere.
Salimmo al piano superiore in ascensore, di lì ridiscendemmo verso la cappella dove una tenera Madonnina sembrava avvolgerci nel suo sguardo amorevole. Ritornammo nel salone di ingresso. Gli ospiti continuavano ad intrattenersi nei loro passatempi con aria soddisfatta e rilassata. Promisi che saremmo ritornati al più presto. Don Franco mi accompagnò fuori. Un gruppo di volontari mi salutò, un medico, un assistente sociale, dei parenti e dei giovani che erano venuti per prestare la loro opera comunque e dovunque ci fosse bisogno.
Il sole filtrava tra gli alberi del bosco in cui passeggiava un ospite per nulla scoraggiato dall'aria gelida. Promisi che sarei ritornata quanto prima ad intrattenermi con i simpatici inquilini che avevano mostrato di gradire la mia presenza. Non sapevo perché ma mi sentivo appagata e orgogliosa di quanto avevo visto e conosciuto. Il perché l'ho capito l'altro giorno quando sono ritornata per far visita ad una mia cara amica e collega in pensione, Carmelina Buongiorno, che si era trasferita lì con le sue cose più care. L'abbraccio sincero ed affettuoso sciolse i nostri ricordi in uno scambio reciproco di esperienze condivise, la cui centralità palpitante erano ancora e sempre i nostri alunni. Eravamo state colleghe al Liceo Classico nei lontani anni sessanta e lei mi parlava di quei tempi con il fresco entusiasmo di sempre e con lo stesso trasporto che sempre ci coinvolgeva.
Sul tavolo da studio campeggiava una vecchia foto ingrandita, me la mostrò con tenerezza materna. - Li riconosci?... Sono i maturandi del '68…Sono venuti l'altro giorno a salutarmi…- Me li indicò uno per uno , di ognuno ricordò i pregi e per ciascuno ebbe un apprezzamento e una lode. Mi indicò due giovani sorridenti- - Non ci sono più…- Un attimo di commozione poi riprese a parlarmi di loro, dei suoi alunni, e pareva fosse uscita proprio allora dalla loro classe , con le stesse apprensioni e con lo stesso amore. Mi mostrò anche dei vecchi libri, ancora segnati dalla fatica, letti e riletti, amati e custoditi, trasferiti lì con lei come compagni inseparabili. Li sfogliai e nel movimento ingiallito delle pagine ascoltai il sussurro dei ricordi. Quelli erano anche i miei vecchi libri. A malincuore mi accomiatai da lei.
Lungo la strada del ritorno risentii quella sensazione di orgoglio a cui non avevo saputo dare un perché. Sì … ora sapevo perché mi sentivo orgogliosa … Mi sentivo orgogliosa del fatto che la mia città poteva vantare la presenza di un’Opera così preziosa, di una Casa Grande in cui le generazioni, passato e presente, anziani e giovani potevano continuare a intrecciare e a tessere le loro storie con fili d’amore.
Avevo 5 anni e mezzo quando lo conobbi. Da bambina sono sempre stata molto timida, avevo paura di parlare a voce troppo alta. Eppure sembravo una bambina vispa, occhioni verdi, capelli biondo cenere e un sorrisetto pronto a combinarne una delle sue. Lui era l’opposto di me. Jaan era un bambino con doti esplosive, ma purtroppo cresciuto in una famiglia disastrata. Non ho mai conosciuto un bambino con tanta forza di volontà nella mia vita. Cosa successe nella sua famiglia me lo spiegò anni dopo, non avevo la minima idea che quel bambino così ottimista e apparentemente felice avesse potuto sopportare la situazione in cui ha vissuto la sua infanzia. Non feci subito amicizia con Jaan, anzi inizialmente mi stava molto antipatico, eppure fu l’unico ad avvicinarsi a me, a provare a fare amicizia. Ero sola e lui mi tendeva la mano. Inizialmente, quella mano disposta ad aiutarmi cercai di non vederla, ma lui era in cerca del mio sorriso e io non potei che aggrapparmi a quella mano tesa verso di me. Il nostro lo potrei definire rapporto di amicizia, solo all’età di sette anni. Mia madre non faceva che dire “ Lenu dovresti farti qualche amica, non dovresti frequentarlo mai più!”, eppure la mia infanzia è passata tra le sue braccia. Amavamo andare nel piccolo boschetto accanto al lago, lì ci godevamo il sole, ci tuffavamo in quell’acqua opaca e rimanevamo stupiti dall’immensità della natura. Ci chiamavano “i gemelli del lago”, passavamo ore in quel posto, solo noi due e non volevamo nessun altro. Fu proprio in un caldissimo giorno d’ estate, stesa sul muschio del boschetto, quello che il mio amico aveva sopportato per anni, la madre era morta in un incidente stradale quando lui aveva solo 4 anni e il padre era tornato da circa un anno a casa dopo diversi anni passati in prigione. Quel ragazzo aveva solo 13 anni quando confessò le sue insicurezze, si espose diventando debole, un bersaglio facile. In quel momento mi accorsi di quanto eravamo simili, con quello scudo piantato davanti a noi, senza far entrare nessuno nella propria vita. Jaan era finalmente riuscito a liberarsi di quel guscio ingombrante e, forse, per la prima volta realizzò che di essere un ragazzo fortunato ad avere me come amica, e un ragazzo povero di valori, che nella sua vita non aveva nulla da perdere. L’anno che seguì a quella giornata, fu cupo e triste. Ci vedevamo sempre meno, sapevo non provasse più interesse per me, non aveva più piacere di incontrarmi. Un giorno decisi di seguirlo di nascosto, per capire cosa lo turbava così tanto. Subito dopo scuola, andò sulla strada di casa, ma invece di svoltare a destra, proseguì sempre dritto. Subito dopo svoltò a sinistra e si fermò di scatto; pensavo si fosse accorto di me, ma poi svoltai l’angolo opposto senza farmi notare e vidi che Jaan stava baciando una ragazza
Il cuore ricorda e si nonda di nostalgia del passato non per perdersi nel passato ma per trarre stimolo a recuperare ciò che di bello e di buono è andato distrattamente perduto nella inquietudine esagitata del progresso.
Voci del passatp ... Mamorie ... Echi e sapori dell'anima, fascino di un immaginario che pulsa nei ricordi ...
Sì, le voci di ciascuno attraverso il racconto ... il racconto che, frutto di esperienza, diventa a sua voltra strumento efficace di insegnamento. Nel racconto popolare infatti confluivano i grani di saggezza maturati attraverso un'espeirenza secolare e mediante il racconto quei semi di saggezza si mettevano a dimora nel cuore e nella mente delle gioani generazioni come viatico, a garanzia di una vita migliore.
Attraverso il racconto, nfatti, i nostri antenati lasciavano veicolare non solo valori universali ma anche messaggi di utilità pratica, più vicini alla società di quel tempo ma per certi versi validi ancora oggi. Nel linguaggio semplice della parabola è racchiuso il concetto di relatività oltre a quello di assoluto. Il racconto popolare è del genere della parabola ... profondo e universale nel contenuto e nel messaggio. La parabola è un genere d'eccellenza, l'unico che si presta ad essere decodificato a più livelli da tutte le menti dalla più semplice alla più colta. Esso offre materia di insegnamento ai più piccoli e di riflessione profonda ai più grandi. Dallo stato denotativo, quello del significato più immediato ed epidermico, permette di scendere ai livelli connotativi, più profondi, a seconda della maturità del fruitore. Il racconto popolare è plurisemico e multidirezionale anche se per la sua apparente semplicità, consorte della parabola, dai cultori della letteratura ufficiale viene relegato tra i generi minori e trascurato.
La bellezza e l'originalità dei racconti recuperati, il tocco di genio dell'affabulatore di queste storie è nella chiusa di alcuni racconti, vale a dire nella clausola finale con cui termina il racconto stesso. Poche volte il racconto si chiude con un taglio netto. L'affabulatore racconta con parole essenziali, dilata i significati con intercalari, esclamazioni, toni e gestualità enfatica. Racconta l'immaginario come fatto reale, l'assurdo come norma, partecipa al racconto con lo stesso coinvolgimento di un protagonista, catturando totalmente l'attenzione del bambino. Qualcuno di noi ancora ricorda i brividi di paura e di piacere nell'ascoltare da bambini una storia e quanto disagio si provasse a fine racconto. L'affabulatore lo sapeva e, quando il racconto stava per finire, a seconda del suo intendimento, aiutava l'ascoltatore a planare nella realtà o lo lasciava a mezz'aria con una chiusa ad arte.
Se il messaggio era di vita pratica si faceva esso stesso testimone della storia e concludeva:
" cur' giurn m'acchiebb a passà nnanz alla casa, m' chiamora e m' des'r na pantuccia d' past. Ne tegn arreccat ancora ncununa ..."
È questo un riporto offerto come esperienza personale che assolveva ad una duplice funzione: quella di fugare nel bambino ogni dubbio sulla veridicità del fatto narrato e quella di aiutarlo a tornare alla realtà senza apparente interruzione.
Con tale chiusa i contenuti trasmessi dalla fiaba assumevano il valore di vita vissuta ed entravano a far parte del patrimonio esperienziale del bambino stesso. Altre volte, invece, le chiuse tendevano a lasciare il bambino sospeso a mezz'aria, tra il sogno e la realtà, perché quella dimensione costituissa per lui un luogo di evasione dalla realtà, un luogo in cui. nutrire i suoi desideri nascosti, i suoi sogni, le sue speranze.
" lu fatt mia ì ditt, se n'ì sciute zitt, zitt;
cimminera cimminera;
ci l'appura c'ì ver? "
Altre volte la chiusa voleva sciogliere la tensione accumulata o accentuare il carattere ludico della fiaba con una filastrocca stramba o una gag popolana.
" na vecchia fec nu pepticchje,
cientcinquanta migghje fu lu tronet,
a Napule accidja nu ciucciariedde e nu vov,
a Roma nu battaglion d suldat,
po respennje la vecchia da la fanteria,
quant'ì valute cuss pesticcje mia"
Queste chiuse, quanto mai sorprendenti ed originali, potrebbero essere oggetto di maggiori approfondimenti. Sta di fatto che, alla luce della mia esperienza, appaiono assenti in raccolte ben più conosciute (ad eccezione dell'asettica "stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia") mentre sono ricorrenti nei racconti qui recuperati, testimoniando in tal modo l'arguzia, la perspicacia e la sensibilità dell'affabulatore in questione.
"Magia del tempo che fu" ... un Popolo in cammino, il Popolo di Ostuni, animato dalla fiducia nel futuro, sostenuto da solidi valori ... un Popolo che ha amato e costruito il nostro Paese ed il nostro futuro anche nello spazio angusto delle quattro mura con saggezza, praticità, caparbietà e tolleranza. Questo ed altro ancora sono le radici delle nostre famiglie e della nostra Ostuni ... radici da amare, radici di cui andare orgogliosi, radici che celebrano e cantano la piccola e grande epopea della nostra città ... Ostuni.